Senza l’intervento dell’uomo e le bonifiche dei secoli scorsi, larga parte della nostra pianura sarebbe paludosa. Opere ciclopiche che hanno permesse di costruire e vivere in zone altrimenti inaccessibili. E le cose sono molto più semplici di come le facciamo: il clima è cambiato e servono altre opere ancora più ciclopiche. Perché quelli di questi giorni sono sì eventi eccezionali per il territorio romagnolo, se paragonati al passato, ma non lo sono in assoluto. Nel 2018 il Veneto ha dovuto subire una tempesta di entità doppia, più altri eventi critici nel 2019 e nel 2020, ma tutto sommato il sistema ha retto. Perché dopo l’alluvione del 2010 furono stanziati 3,5 miliardi di euro per la costruzione di diversi bacini di laminazione, il consolidamento e la manutenzione del territorio. E sono stati usati.
Qui invece - mentre cittadini e sindaci hanno preso in mano le pale dopo cinque minuti - la politica “che conta” sta decidendo se per risolvere i problemi siano più utili le auto elettriche o il blocco dei barbecue. E invece di pretendere altrettanti miliardi da investire subito e davvero, la politica “che conta” si chiede se i 50 milioni di recente restituiti per ignavia a Roma fossero destinati a opere di manutenzione sui fiumi o per fare un’idrovia sugli stessi fiumi.
Perché il punto è tutto politico. Dove almeno alcuni lavori sono stati fatti - come sul Secchia dopo l’alluvione del 2014 – le cose sono migliorate. Ma se la metà dei bacini di laminazione previsti non funzionano, con opere finanziate mai finite e altre già finite da 20 anni e manco mai collaudate, la colpa non è del clima.
Magath
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