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Buon compleanno Aida (seconda parte)

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I nostri giovani conoscono poco e male il Risorgimento e gli uomini che seppero costruire una nazione, quest’area geografica che assunse il nome di Italia


Buon compleanno Aida (seconda parte)
Nella prima parte di questo breve saggio sull’Aida, a 150 anni dalla prima esecuzione, e il Canale di Suez al quale l’opera è legata, vi ho detto del contrasto dell’Inghilterra che in questa nuova via d’acqua vedeva un pericolo per i propri commerci.
Immaginate come furono felici i sudditi della Regina Vittoria all’idea che a vincere la gara con la migliore proposta fosse Luigi Negrelli e non un ingegnere britannico, che lo stesso Negrelli fosse nominato direttore dei lavori con esclusione di maestranze e professionisti inglesi e che a celebrare il canale fosse chiamato nuovamente un italiano: Giuseppe Verdi! Questo nuovo Regno, il Regno d’Italia, preoccupava tutta l’Europa per ciò che avrebbe potuto mettere in campo nelle scienze, nelle arti e nella capacità di realizzare qualsivoglia progetto! Ora che gli italiani era uniti sotto un’unica corona, qualsiasi meta non era loro preclusa. Anche la più ardita.
Ma la Gran Bretagna non si diede per vinta: inizialmente contraria alla costruzione del canale, ne ottenne poi il controllo alla fine del 1800, quando conquistò di fatto l’Egitto e comprò il 44 per cento delle quote della Compagnia del Canale di Suez. Nel 1888, poi, la Convenzione di Costantinopoli dichiarò il canale un territorio neutrale, ma sotto la protezione britannica. Il tentativo dell’Egitto d’uscire dall’orbita della regina Vittoria e costruire un destino in autonomia e prosperità, fallì un’altra volta.

Ma parliamo ora di Verdi e della sua Aida. La storia che fu proposta al Cigno di Busseto era stata inventata dall’egittologo francese Auguste Mariette, fondatore del museo del Cairo e dipendente del Kedivé d’Egitto. L’incarico che aveva ricevuto era quello di elaborare una vicenda pensando alla sua trasposizione in opera lirica. Per celebrare l’apertura del Canale, Said fece costruire appositamente un teatro d’opera, che avrebbe ospitato le teste coronate di tutta Europa.
Dimostrando talento anche come scrittore, Mariette abbozzò una trama convenzionale in cui introdusse momenti spettacolari, visto che doveva celebrare la gloria d’Egitto, e proponendo il tradizionale triangolo amoroso. Questo triangolo, costituito da due donne innamorate dello stesso uomo, fu reso più interessante dalla presenza del padre della schiava Aida, Amonasro re degli Etiopi, e dal Gran Sacerdote Ramfis: una specie di tutore di Radames, l’aitante generale, e Amneris, la principessa d’Egitto.
Nel 1870, Mariette offrì il soggetto al librettista Du Locle, grande estimatore e amico di Verdi, affinché ne traesse un libretto d’opera. Il nostro compositore, ricevuto l’incarico di scrivere la musica, chiese poche modifiche alla storia e, di conseguenza, al libretto e si attenne quasi fedelmente al racconto di Mariette. Ebbe, però, una grandiosa intuizione: quella di dividere il palcoscenico in due parti nella scena fin ale, per dare una contemporaneità ad azioni che si svolgevano in due luoghi diversi.

Curioso è che nel cinema questo effetto fu creato dal regista Brian de Palma per il film Dionisio del 1969. Lo schermo fu diviso in due parti per far vedere allo spettatore due azioni che si svolgevano contemporaneamente in luoghi diversi. Questo artificio, infatti, si chiama “Effetto de Palma”, ma è stato Verdi ad inventarlo.
Ma cosa racconta l’opera Aida? Eccone la storia.

Aida è una principessa etiope, diventata schiava degli Egiziani e ancella della figlia del faraone, Amneris. Lei è innamorata di Radamès, un giovane e aitante ufficiale dell’esercito che, a sua volta, è anche nelle mire della figlia del faraone.
L’esercito etiope, sotto il comando del re Amonasro, padre di Aida, attacca l’Egitto e, per volontà degli dei espressa dal gran sacerdote Ramfis, è scelto proprio Radames per guidare gli egiziani e respingere l’avanzata del nemico. Per Aida, che augura di tornare vincitore all’uomo che ama, si profila una situazione drammatica qualunque sia l’esito della battaglia: Radames potrebbe uccidere suo padre, ma potrebbe accadere anche il contrario.
Il generale egizio vince e, accolto trionfalmente, sfila con i prigionieri etiopi tra i quali c’è Amonasro, che nessuno ha riconosciuto. Il faraone, per ringraziare Radames dell’impresa, gli offre la mano della figlia e la successione al trono. La fedeltà alla patria mette a tacere i suoi sentimenti anche se il generale ama Aida.
Lei, costretta dal padre e sempre per amor di patria, a raccogliere informazioni sulla posizione dell’esercito egizio direttamente da Radamès, chiede al generale d’incontrala. Gli propone di fuggire e iniziare una loro vita lontano dalla terra bagnata dal Nilo.
Al colloquio tra i due, assiste di nascosto Amonasro, che sussulta quando Radames confida ad Aida che esiste una via tra le montagne non controllata dai soldati dove possono scappare: le gole di Napata. Amonasro comprende immediatamente che per quello stesso passaggio, ciò che resta del suo esercito potrebbe raggiungere Menphi e sconfiggere gli egiziani.
Sorpresi dall’arrivo di Amneris e dei sacerdoti, Aida e Amonasro si danno alla fuga e Radames, resosi conto del segreto vitale che ha rivelato, si consegna nelle loro mani. Ha tradito la Patria, ha rivelato il modo per attaccarla.
La condanna per alto tradimento è la morte e Amneris supplica Radames di discolparsi di fronte al tribunale e di accettare il suo amore. Chiederà la grazia a suo padre, il faraone, ma il comandante non accetta, vuole espiare il tradimento, anche se involontario.
Per comprendere bene questo passaggio, dovete sapere che per Giuseppe Verdi nulla era superiore all’amore e alla fedeltà alla Patria, superiore anche all’amore per una donna.
Radames è sepolto vivo nelle segrete del tempio di Vulcano, dove i sacerdoti e Amneris stanno pregando. Una grossa pietra chiude l’accesso del sepolcro, mentre il generale invoca disperato il nome di Aida. Lei, di nascosto, si è introdotta nel sotterraneo prima che vi sia calato Radames. Vuole morire con lui, al suo fianco e i due amanti affrontano insieme la fine, mentre Amneris, nel tempio, leva il suo lamento.

Se riflettete un momento, l’opera, nonostante i momenti gloriosi, è una celebrazione della sconfitta. Tranne il gran sacerdote Ramfis, infatti, i personaggi escono tutti perdenti dalla vicenda: il piano di Amonasro per raggiungere ciò che resta del sue esercito, fallisce e il re degli Etiopi muore durante la fuga. Amneris sconfigge la rivale Aida, ma perde l’amore di Radamès che preferisce la morte ad un matrimonio con lei. Radamès, vincitore in battaglia, morirà senza gloria nelle segrete del tempio e Aida può realizzare il suo sogno d’amore con il comandante egiziano, ma solo nel chiuso della tomba.
Il successo di pubblico della prima di Aida al Cairo fu notevole, tanto che fruttò a Verdi il titolo di Commendatore dell’Ordine Ottomano. Eppure, nonostante questo successo, l’opera scatenò pareri discordi nella critica italiana, occupata a confrontarsi con la musica di Wagner. Il vizio di credere che l’erba del vicino sia sempre più verde, non ci ha mai abbandonato. Il Lohengrin di Richard Wagner era eseguito nello stesso anno e i critici non perdonarono a Verdi l’uso delle forme tradizionali dell’opera italiana, della cabaletta - breve aria di movimento vivace, che di solito si trova alla fine di un duetto, di una scena o di un concertato. Insomma gli rimproverarono di essere rimasto italiano e non aver seguito il nuovo stile proposto dal Maestro tedesco. Verdi fu molto amareggiato da questo spregio per la sua opera, ma per nostra fortuna continuò a scrivere altri due capolavori: Otello e Falstaff.

Ecco così la storia di un’opera ingegneristica colossale, il Canale di Suez, e di un’opera lirica, l’Aida, altrettanto colossale. Entrambe ancora oggi testimoniano il genio italiano nel mondo, la speranza di una nazione appena sorta dal coraggio e dall’ardore patriottico di uomini come Giuseppe Verdi e tanti altri.
Cosa rimane di quell’orgoglio, di quello sguardo verso il futuro? Purtroppo, un ricordo sbiadito, come se quell’Italia fosse un’altra e senza legame con quella in cui viviamo. I nostri giovani conoscono poco e male il Risorgimento e gli uomini che seppero costruire una nazione, quest’area geografica che assunse il nome di Italia.
Il 17 marzo del 1861 nacque il Regno d’Italia; per la prima volta, dopo la caduta dell’Impero romano, eravamo nuovamente nazione. Eppure, non è un giorno di festa, come se avesse meno importanza del 25 aprile o del 2 giugno. I nostri giovani conoscono poco e male anche la nostra immensa ricchezza che è l’arte, la cultura. Queste sono le nostre fondamenta, il nostro glorioso passato e, come scrisse Montanelli, una nazione che non conosce il proprio “ieri” non può avere un ”domani”.

Massimo Carpegna - Responsabile Dipartimento Cultura Forza Italia Emilia Romagna



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Massimo Carpegna
Massimo Carpegna

Visiting Professor London Performing Academy of Music di Londra. Docente di Formazione Corale e del master in Musica e Cinema presso Istituto Superiore di Studi Musicali Vecchi Tonelli..   Continua >>


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