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Modest Mussorgskij, il titano

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Il compositore nasce a Karevo il 21 marzo del 1839 e la sua carriera non doveva essere quella musicale, ma bensì militare


Modest Mussorgskij, il titano

Mussorgskij, insieme a Tchaikovsky e l’amico Rimsky-Korsakov, è forse il compositore russo più conosciuto anche da coloro che non sono particolarmente affascinati dalla musica classica. Questa popolarità è dovuta a un lungometraggio d’animazione, targato Walt Disney, che da bambini o da genitori abbiamo goduto sul grande schermo o alla televisione: Fantasia. Tra i vari episodi illustrati, e forse tra quelli che più colpivano l’immaginazione, vi era il brano sinfonico Una notte sul Monte Calvo, con diavoli e Satana in persona, composta appunto di Mussorgskij.
Il compositore nasce a Karevo il 21 marzo del 1839 e la sua carriera non doveva essere quella musicale, ma bensì militare, più sicura economicamente e ben accetta nella società. Ma il Nostro aveva un interesse diverso e seguì la sua passione, la musica, anche se gli procurò una vita di stenti.



A quel tempo, la cultura russa era molto influenzata da quella occidentale e Mussorgskij, insieme ad altri artisti, entrò in un sodalizio che si sarebbe chiamato Gruppo dei Cinque. La loro filosofia era quella di riscattarsi dalla musica francese, italiana, tedesca e rivolgersi al canto popolare tipicamente russo, così da porre le fondamenta per una musica nazionale.
Di animo inquieto, così come inquieto era l’impronta romantica, le composizioni di Mussorgskij rispecchiano questa sua condizione d’animo, che a volte si adagia su alcune peculiarità dei popoli slavi: la malinconia, il senso della pena e del dolore, il fascino per il soprannaturale. Oltre alla citata Una notte sul Monte Calvo, è da ricordare a tale proposito anche Canti e danze dei morti.
Due sono i capolavori più noti: l’opera Boris Godunov e Quadri di una esposizione, composizione pianistica assolutamente ardita per il suo tempo, che divenne poema sinfonico nell’orchestrazione di Maurice Ravel. Affrontiamo il melodramma, l’unico rappresentato mentre Mussorgskij era ancora in vita, considerato che le opere successive Khovanshchina e La Fiera di Sorocinskij sono rimaste incompiute alla sua morte, e completate e/o orchestrate da altri musicisti russi, tra i quali Nikolaj Rimskij-Korsakov è il più noto.
Autore anche del libretto, la storia narrata da Modest Mussorgskij è tratta dall’omonima tragedia di Aleksandr Puskin e dalla Storia dello Stato russo di Nikolaij Karamzin. Il lungo e complicato cammino dell’opera inizia nel settembre del 1868 in casa della sorella di Glinka, la dolce colomba Ljudmila Shestakova che, dopo la morte del fratello, raccoglie intorno a sé gli artisti e gli intellettuali della nuova generazione, per realizzare una cultura autenticamente russa. È proprio la Shestakova ad inviare a Mussorgskij il volume di Puskin, inserendo alcuni fogli bianchi tra le pagine stampate. Mussorgskij li usa immediatamente, annotando melodie, parti corali, accenni d’orchestrazione. Il Nostro non ha ancora trent’anni e ha studiato con Balakirev. La sua volontà è quella di ricercare uno stile nazionale e popolare, lontano sia dall’opera italiana che da quella tedesca.
La tragedia appartiene ad una delle epoche più fosche della Russia zarista. Morto Ivan il Terribile, restano due eredi: il figlio maggiore, Fiodor, figlio di primo letto, e un bimbo di due anni, Dmitrij, nato dall’ultimo matrimonio dello Zar. La corona tocca a Fiodor, sebbene sia debole di mente. Occorre, perciò, un reggente per gli affari di Stato e questi è Boris Fedorovic Godunov, uomo di grande abilità, che lo stesso Ivan aveva avvicinato al trono, quando diede sua sorella in sposa a Fiodor. La vicenda si sviluppa, poi, attraverso congiure e un giallo: Dmitrij è trovato con la gola squarciata da un coltello. Si accusa Boris, naturalmente, che ha compiuto quel delitto per assicurarsi la successione...
Nel modo in cui è trattata l’opera, il dramma dello Zar, la figura del pretendente e la partecipazione delle masse acquisiscono nuove dimensioni. Lo stesso personaggio di Boris assume un carattere più doloroso: egli non è soltanto l’assassino del fanciullo, ma un uomo lacerato dai rimorsi. Quando il popolo insorge, la violenta esplosione della folla moscovita corona l’opera, dando a loro un ruolo di protagonista. La rivolta però è vana. Mussorgskij resta nel suo pessimismo e l’ultima parola spetta all’Innocente: «Spargete amare lacrime, piangi anima ortodossa... Piangi popolo russo, popolo affamato». Non è ancora giunto il momento in cui «l’energia della nera terra contadina appaia».
Alle iniziali esecuzioni, si registra l’ostilità pressoché generale della critica. Borodin, invece, ne è entusiasta, mentre Tchaikovsky, dopo aver studiato profondamente la partitura si esprime con un: «Io mando al diavolo con tutto il cuore la musica di Mussorgskij; essa è la più volgare e la più bassa parodia della musica».
Il merito d’avere sostenuto l’opera senza tentennamenti spetta a Rimsky-Korsakov, l’amico di Mussorgskij che ne ammirava il genio e ne temeva il vizio del bere: «Adoro il Boris e nel medesimo tempo lo odio. Lo adoro per la sua originalità, l’arditezza, la bellezza; lo odio per la sua grossolanità, le durezze armoniche e le assurdità musicali».
L’arte di Mussorgskij era molto in anticipo, rispetto al suo tempo, sia sul piano ritmico che su quello armonico. In particolare, nei fraseggi vocali e strumentali si riscontra la tendenza a riprodurre le inflessioni del parlare quotidiano della lingua russa, quella del popolo, in particolare. La scomparsa della madre e della donna amata, fanno precipitare Mussorgskij in uno stato depressivo, che aggrava ulteriormente il suo vizio del bere. Nella vodka, il compositore cercava il modo di ricusare quello che riteneva il suo fallimento: aveva sacrificato tutto per la musica. Ma essa non era compresa, apprezzata e la sua era una vita di stenti.
In seguito a un attacco epilettico, e a solo quarantadue anni, s’accascia per strada Molti lo giudicano un clochard, un ubriacone che non merita aiuto. Infine, alcune persone misericordiose lo portano in un ospedale militare, dove muore in perfetta solitudine, così come aveva trascorso gran parte della vita. Pare che le sue ultime parole furono: «Tutto è finito, il dolore sono Io!».
La sua tomba si trova nel Cimitero Tikhvin del Monastero di Aleksandr Nevskij di San Pietroburgo.
Massimo Carpegna


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Massimo Carpegna
Massimo Carpegna

Visiting Professor London Performing Academy of Music di Londra. Docente di Formazione Corale e del master in Musica e Cinema presso Istituto Superiore di Studi Musicali Vecchi Tonelli..   Continua >>


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