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Rap & Show, 1983, 'puntata pilota' in una Modena geniale e ironica

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Intervista ad Alessandro 'Jumbo' Manfredini uno dei protagonisti dell'evento al PalaMolza


Rap & Show, 1983, 'puntata pilota' in una Modena geniale e ironica

La prima volta che sentii parlare di Rap & Show fu da Filippo Partesotti, più di dieci anni fa; ho sempre avuto il rammarico di non essere stato presente. Ho chiesto a Jumbo di raccontarmi quei giorni e il periodo storico, poi abbiano iniziato a parlare di rap e non ci siamo più fermati. Ecco un resoconto.

Qual era il contesto in cui nacque Rap & Show?
Il contesto storico di quel momento è piuttosto variegato. Io e Andrea Barbieri eravamo i ragazzi di bottega del Kennedy’s Studio, ovvero Elisabetta Ognibene, Filippo Partesotti e Oscar Goldoni. Loro venivano dall'esperienza dell'ufficio grafico del Comune, (eccetto Oscar che lavorava come direttore della Galleria Civica), dove anch'io già collaboravo per la rivista Autobus, che aveva come art director Massimo Dolcini. Un'esperienza fantastica, lavorare con Filippo, Elisabetta e Dolcini che è considerato uno dei più grandi grafici italiani; per un ragazzino appena uscito dall'Istituto d'Arte è stata un'occasione divertente per sperimentare, fare cose particolari. Un'atmosfera così viva, io poi avevo iniziato a suonare insieme ad Andrea Barbieri, Giancarlo e Luca e per il Kennedy facevamo i manifesti dei concerti AGIDI. Il Kennedy lavorava poi per la FGCI, la federazione giovani comunisti, per loro seguivamo anche lo spazio all'interno del Festival dell'Unità. Il segretario della FGCI era Ruggero Villani. L'Elisabetta aveva diverse connessioni, per Rap & Show fu fondamentale quella con Maurizio Marsico, artista di Milano. Maurizio aveva una formazione che si chiamava Monophonic Orchestra, altra connessione, (che da lì a poco mi sarebbe stata utile), aveva curato le musiche dello spettacolo 'Eva Braun' del gruppo teatrale Rà che vedeva come attrici Daniela Fini e Cristina Tazzioli. Elisabetta e Maurizio imbastiscono Rap & Show.

Usare il termine rap nel 1983 per un evento a Modena era roba da pionieri.
Il rap venne inserito nel titolo ma non era un evento dedicato al rap. Usare la parola rap era un modo di raccontare un periodo dove stavano accadendo delle cose. Mi viene in mente Danny Lugli con il suo loft sopra l'Astra, uno spazio che frequentavamo tutti, facevamo anche una fanzine con lui che si chiamava Brainstorming, la curavamo io, Andrea Barbieri, Francesco Ricci, Elisabetta e Filippo. Poi c'erano quelli che noi chiamavamo i subgruppi, ad esempio, io ero negli S80, Francesco Ricci nei Kerosene, la Nadia Lodi nelle Nyx, ma ci divertivamo a mischiarci, formare insieme ad altri dei progetti estemporanei, io e Francesco Ricci i Boyland, Danny Lugli gli Zitron 1, cose situazioniste, non c'era una serietà di fondo. Rap & Show nasce in quel contesto, il filo conduttore era l'ironia.

Raccontami quelle serate.
Quelle tre serate nel novembre del 1983, dentro al vecchio PalaMolza, furono una commistione di tutto quello di cui ti parlavo, io l’unico maschietto Daniela, Elena, Paola e l’Erica che ci mettiamo a ballare con le Movenettes stile World's Famous Supreme Team di Malcom Mc Laren. L'ironia era sempre presente, non avevamo un obiettivo particolare, tranne che divertirci. La FIGC di Villani era il promotore dell’evento, anche perché il Comune a quel tempo aveva un'attenzione particolare per i giovani, era importante che si trovassero spazi per tenerli lontani dalla strada a combinare dei disastri. Rap & Show per molti fu un punto di partenza, sia per me che per altri, fu importante per creare una coscienza collettiva da qui nacque per esempio Il Graffio (1984).

Come nacque l'idea di fare tre serate?
Un po' per dividere i vari contributi un po' perché non sapevamo come trascorrere le domeniche. Sul volantino trovi il logo Assalto Al Cielo che era il magazine della FGCI che era curato nella grafica dal Kennedy’s Studio, che poi si trasformerà in Motown (1988 o 1989). Per Assalto al Cielo chi curava principalmente i contenuti era Francesco Ricci, come in seguito per Motown.

Chi scelse i protagonisti di Rap & Show?
Da un punto di vista artistico la Betta, Ruggero Villani e Maurizio Marsico. Cronaca Vera erano Biccio Maselli, Luca Neri e un altro ragazzo di cui non ricordo il nome. Ivan Trevisi faceva parte della Factory di Danny Lugli, gli Zitron 1 e Exmicrofilm sempre Danny Lugli, Hi-Fi Bros da Bologna, facevano parte di Italian Records, le Movonettes eravamo io e altri cinque ragazzi, Francesco Ricci fa una performance di poesia con dietro Luca Neri nudo, Andrea Pazienza un reading con Antonia Gozzi al piano, Gianni Balzaretti, il gruppo teatrale Rà con il loro Eva Braun, video musicato da Maurizio Marsico, I Boy Land eravamo io e Francesco Ricci, poi fumettisti come Ivo Bonaccorsi, Giorgio Carpintieri, Nicola Corona, Marcello Jori che insieme a Pazienza fecero la loro performance di action painting. Ovviamente a mettere i dischi durante l'evento Maurizio Marsico.

Che dischi metteva Marsico?
Rap, musica elettronica, pochissima italiana a parte Gaz Nevada e altre cose New Wave del periodo. Non pezzi disco o Italo disco, era una selezione più concettuale. Non c'era tanto rap anche perché all'epoca c'erano poche cose, Grandmaster Flash, Sugarhill Gang, Kurtis Blow, Whodini. Gli Whodini tra l'altro li portammo a Bologna per la loro unica data italiana, io feci il manifesto del concerto che fu organizzato dall'Agidi. Dal vivo furono strepitosi, vestiti un po' dandy, fighissimi coi guantini bianchi. I Run DMC c'erano già ma davvero non li conosceva nessuno, io li vidi a Cesena anni dopo coi Public Enemy e Derek B.

Su YouTube trovi una puntata di 1,2,3 casino trasmissione di Jovanotti che li ospitò tutti.
Adesso me la vado a cercare. A proposito l'altro ieri ho scritto una mail a Clive di Videomusic perché sto cercando il primo video dei Ciao Fellini “Rita” che è introvabile, il regista è Ambrogio Lo Giudice che è lo stesso di Serenata Rap di Jovanotti. Oltre al video che veniva trasmesso in heavy rotation, registrammo nella sede di Videomusic, al Ciocco, anche una bellissima intervista con Rick Hutton, Clive Griffiths, Johnny Parker. La cosa divertente fu che al nostro posto rispondevano i nostri padri che erano venuti con noi. Una vena situazionista, non siamo mai stati troppo seri, e questa cosa ci ha sempre salvato.

Se trovi il manifesto degli Whodini ti prego fammelo vedere perché sono curioso, sono uno dei miei gruppi preferiti.
Se ne trovo due copie una te la regalo volentieri, non fu un grande successo di pubblico, ma loro furono strepitosi, con quel look erano piuttosto buffi, un po' come Kurtis Blow, non ricordo però dove lo vidi live, sicuro all'estero. Non ricordo però tutto, a Colonia vidi il primo concerto di Jay Z in Europa, ma altri li ho dimenticati, ieri guardavo dei flyer del Vox di Nonantola, concerti come Bjork, Oasis. Mentre stiamo parlando mi è venuto in mente che ho visto Ice-T e Ice Cube dal vivo a Milano al Rolling Stones, Ice Cube era solo sul palco, sembrava una pistola, credevo di essere a Compton, e mentre lui era sul palco si vedeva la moglie che allattava il figlio dietro le quinte. Un concerto incredibile.

Ricordo che a Milano nei primi anni 2000 sospesero i concerti hip-hop per alcuni episodi violenti. Per diversi anni non c'è stato più nulla.
Fu lo stesso negli anni '70 coi concerti rock, c'era gente che si menava perché voleva entrare gratis. Si riprese nel 1979 con Patti Smith a Bologna allo stadio Dallara, pensa che ero in ferie in Sardegna e i miei genitori mi comprarono il biglietto aereo per andarci. A proposito di concerti hip-hop ti racconto questo aneddoto, insieme alla mia ex moglie che lavorava per il Teatro San Geminiano, organizzammo una serata al Dadà di Castelfranco, Philipp Glass con Allen Ginsberg. La stessa sera a Bologna suonavano i 3rd Bass e io convinsi mia moglie ad andare. Non me l'ha mai perdonato, io comunque nego sempre di esserci andato, anche perché di lì a poco i 3rd Bass si sciolsero. Dal vivo va detto che non furono eccezionali. Due grandi concerti furono quelli degli Arrested Development al Vox, altro livello,10 sul palco, ti trasportavano in una dimensione 'think positive', uno di quei gruppi che mi faceva impazzire. Poi Jeru con i Gangstarr. Nel 1989 conobbi i de La Soul a New York, frequentavano il negozio di una mia amica Camella Ehlke (Triple 5 Soul) al 151 di Ludlow Street nel Lower East Side, una linea di abbigliamento che aveva come testimonial proprio i De La Soul, erano sempre lì, delle persone davvero carine, anche se era sempre difficile capire come parlavano.

Tornando a Rap & Show, l'anno successivo aprì Il Graffio.
All'epoca c'erano diverse situazioni, nacque così l'esigenza di avere un luogo, un ambiente dove potevano nascere delle cose, Rap & Show fu una sorte di puntata pilota di tanti progetti che vennero dopo. All'epoca non ci eravamo resi conto di chi avevamo lì, pensa ad Andrea Pazienza, uno che divenne un mito. Ma nessuno aveva calcolato nulla, il contrario di adesso. Lì il concetto era, cosa facciamo in una città come Modena dove non c'è nulla a parte il Picchio Rosso o il Charlie Max? Facciamo qualcosa che piace a noi. Non c'era la volontà precisa di fare qualcosa di intelligente, avevamo bisogno di luoghi che non fossero come le classiche discoteche, un termine che tra l'altro io odio. Usavamo quel termine anche per il Graffio, ma solo perché allora era la parola chiave da usare come sinonimo di divertimento. Il Graffio era un luogo di aggregazione, come fu poi il Link a Bologna, un'altra esperienza in cui fui coinvolto. Il Graffio fu una sorte di centro sociale senza le tensioni politiche che ebbero il Virus o il Leoncavallo a Milano. Il Graffio fu l'apripista di tutto questo. A noi interessava organizzare concerti, allestimenti, performances, proiettare film. Non volevamo essere catalogati. A livello politico Rap & Show e Il Graffio, uniscono il PCI alla sinistra extraparlamentare, un'interazione che all'epoca era impensabile. Forse eravamo più ingenui, quel linguaggio, all'epoca, era più condiviso che adesso. Forse perché era una città più aperta al dialogo di adesso. Determinate situazioni comunque venivano solo dalla sinistra extraparlamentare, il PCI all'epoca aveva solo Francesco Guccini, come peraltro adesso.

Come terminò l'esperienza del Graffio?
A Modena si cercava il dialogo, poi però con la vicenda del film Pink Flamingos del regista americano John Walters cambiò tutto. Gli appuntamenti cinematografici li gestiva Mauro Tesauro, io gli davo una mano e facevo da addetto stampa. Per pubblicizzare quella proiezione, mandai come sempre un fax alle redazioni dei giornali. Di solito non veniva nessuno, quella sera però venne un giornalista del Carlino, Alessandro Malpelo. Nel film c'è una scena dove Divine fa finta di mangiare una cacca di cane. Nello stesso periodo, qualche settimana prima, Espresso e Panorama escono con la stessa copertina dedicata al fenomeno dei porno horror, gli snuff movies. Sull'onda di quelle due copertine, il Carlino nazionale esce con un articolo con questo titolo: “Porno horror movie al Graffio di Modena, pagato dal Comune”, prima pagina. Io vengo sommerso dalle telefonate, dal Corriere della Sera, la Repubblica, tutti per capire cos'era successo. Scoppia un casino anche in Comune, alla fine il sindaco Alfonsina Rinaldi ci fa chiudere Il Graffio.

John Walters ha saputo cosa successe?
Assolutamente, alla fine degli anni '90 incontrai John Waters a Locarno, durante il Festival del Cinema, gli portai tutta la rassegna stampa e lui rimase scioccato. Fu un casino fatto scoppiare da una fake news pubblicata nel posto giusto al momento giusto. Se tu guardi quel film ti rendi conto che fu solo un attacco politico. Da lì però si ruppe tutto il meccanismo, fortunatamente stavano già nascendo cose molto interessanti come il Teatro San Geminiano dove adesso c'è l'Università. Uno dei primi teatri di ricerca a livello europeo, con il Quartetto Prampolini ci facemmo uno spettacolo, Fu un motore molto forte per la cultura a livello nazionale, i primi spettacoli di Teatro Valdoca,Thierry Salmon, Enrique Vargas, Socìetas Raffaello Sanzio, vanno in scena al Teatro San Geminiano. Lo fondano Pietro Valenti e Fabrizio Orlandi che prima del San Geminiano organizzano una serie di concerti che sono rimasti mitici per Modena, Siouxsie and the Banshees al Palasport, Lounge Lizards, Bauhaus. Pietro era una grande appassionato sia di teatro che di fotografia del teatro, poi se ci pensi è un cerchio che si chiude, tornando a Rap & Show, prendi Biccio Maselli che poi farà esperienze di teatro, sempre all'interno del San Geminiano. Eravamo un villaggio, chi faceva determinate cose si annusava, frequentavamo gli stessi posti, la connessione c'è sempre stata.

Tornando al Graffio, organizzaste il primo concerto in Italia di uno dei pionieri del rap, Afrika Bambaataa.
Nel 1986 noi del Graffio, portiamo Afrika Bambaataa in Italia, non so se siamo stati effettivamente i primi, all'epoca chiedemmo al suo agente Claudio Trotta di avere l'esclusiva, al Graffio si suonava il rap, per noi era importante averlo. Ragioniamo su dove farlo esibire, ritenevamo Il Graffio troppo piccolo e organizzammo al vecchio Palazzetto di viale Molza. Ingenuamente pensai che Bambaataa arrivasse con tutta la sua crew, dj, ballerini, mc's, iniziamo così a cercare un palco gigante che ci fa avere poi il PCI, pensiamo inoltre a una scenografia, tre grandi tondi enormi sul palco, andiamo all'Ater e recuperiamo una vecchia produzione di Paolo Poli. Volevamo allestire in maniera potente lo show di Bambaataa, poi dall'aereo scendono solo lui e il dj. Quindi l'immagine era di loro due nella vastità enorme alle loro spalle. Eravamo ingenui e folli nello stesso tempo, con una fotta incredibile.

Come nasce l'amore per il rap? Frequentavate New York?
Nessuno credo fosse stato a New York prima di Rap & Show. Avevamo conosciuto il rap grazie ai dischi e alle riviste inglesi come The Face, NME, i-D. io andavo spesso a Londra e quelli erano i magazines che usavo per tenermi informato. Il rap era già un po' esploso anche a Londra. Anche l'Elisabetta credo non fosse ancora stata a New York. Ricordo che un Natale portammo a Modena, al Graffio, una dj americana che si chiamava Anita Sarko, dell'AREA di New York, che poi divenne anche giornalista per Rolling Stone. L'anno successivo, la Betta andò a trovarla negli Stati Uniti. Io vado a New York per la prima volta nel 1988, ebbi tra l'altro la fortuna di vedere dal vivo gli A Tribe Called Quest al Palladium con il loro primo album.

Hai foto del concerto?
No, figurati. Poi io non ho mai amato fare foto coi personaggi famosi, nonostante ne abbia conosciuti davvero tanti. Mi sono trovato a parlare con Cindy Lauper, Joe Jackson, Neneh Cherry nei camerini di Azzurro, a Bari. Mai fatto foto, forse all'inizio quando ero un ragazzino, ricordo ad esempio di averne fatte a Peter Tosh ma le ho perse; un concertone con Sly and Robbie. Anche adesso con i cellulari, non è proprio da me. Anche quando organizzavamo con Ciupi e la sua crew i concerti a Correggio, Jeff Buckley, Jamiroquai, i Garbage, Kid Creole and the Coconuts, gli Housemartins, Iggy Pop, i Sonic Youth e tanti altri, mai fatto una foto con loro. Neanche con Afrika Bambaataa, è una questione d'istinto e poi essendo stato dall'altra parte, non che mi scocciasse, ma davvero te lo chiedono tutti e tu devi sempre sorridere. Penso sia una forma di discrezione. Il concerto per me è un rito sacro, io sono con l'artista. Sono stato a vedere Cosmo, uno dei pochi artisti italiani che mi piacciono, e lui continuava a dire buttate via il telefonino e ascoltate la musica. Ricordo ad esempio che sono stato agli show dei Beastie Boys ed ero talmente preso, talmente infoiato, non pensavo certo a fare delle fotografie. Pensa che non ho neanche una foto con Siouxie quando coi S80 le facemmo da spalla al PalaMolza. Questo per farti capire.

Davvero incredibile, ma qualche volta sarà successo.
L'unica volta che sono con un personaggio famoso in una foto è con l'artista che odio di più, Eros Ramazzotti. Sono sulla copertina di In ogni senso. C'ero anch'io perché eravamo sotto contratto con la stessa casa discografica, feci però un'azione pazzesca, avevo un ciuffo incredibile e me lo tagliai apposta, tutti si incazzarono. Poi ho progettato tantissime copertine di dischi per la Pausini, Tozzi, Irene Grandi, Nomadi, Baccini, Mario Biondi, Raf, mai una foto. I ricordi sono per me un'altra cosa.

Stefano Soranna


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Mi occupo di comunicazione e pubblicità da un po' di tempo. Su La Pressa scrivo di musica, libri e di altre cose che mi colpiscono quando sono in giro o che leggo da qualche parte. La..   Continua >>

 
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