Quali sono stati gli eventi che portarono a quella follia collettiva che fu lo scontro fra le due coste?
La sfida è storicamente uno dei motori che alimentano il rap. Il confronto tra coste in America c'è un po' da sempre, da quando alla fine degli anni '80 la west coast ha iniziato ad interessarsi al genere, trovando poi il suo suono e le sue argomentazioni. Lì sono iniziati i primi confronti, non dei veri e propri beef, ma degli scambi all'insegna dell'ironia, nulla di caldo. Poi successe tutto all'improvviso, molto in fretta; ruotò intorno alle figure centrali di Tupac e Biggie ed è terminò con la morte di quest'ultimo, in un turbinio di eventi concentrati davvero in pochissimo tempo.
Il primo evento scatenante fu senz'altro l'aggressione a Tupac il 30 novembre del 1994, nei Quad Recording Studios di New York, nello stesso edificio dove Notorious stava registrando; in quell'occasione il rapper della west coast si prese cinque proiettili in corpo, pur sopravvivendo. In quel momento Tupac era molto teso, stava per entrare in carcere, era sospettoso di tutti; forse non sarebbe successo nulla se Biggie e Puff Daddy non avessero fatto uscire, subito dopo l'aggressione, un brano come 'Who shot ya', “Chi ti ha sparato”, pur negando che fosse dedicato alla sparatoria che coinvolse Tupac. Suonava come una chiara presa in giro. Quello fu l'inizio di tutto.
Alla luce dello studio che ho fatto su quegli avvenimenti, penso che con il senno di poi se fosse stato possibile tornare indietro nel tempo, Biggie avrebbe provato a calmare gli animi; negli ultimi tempi faceva da pompiere, senza capire che era troppo tardi; si era messo in moto un meccanismo che qualcuno non voleva si fermasse, anche solo per interessi commerciali.
Secondo te la morte di Biggie ha avuto più impatto sulla scena hip-hop americana rispetto a quella di Tupac?
La morte di Tupac non ha fermato la guerra, l'ha alimentata, ma questo perché Notorious era ancora vivo e molti pensavano che in qualche modo potesse essere coinvolto. La morte di Biggie ha aperto gli occhi a tutti.
Ricorda un po' l'atmosfera di New York negli anni '80, quando Afrika Bambaataa e altri fermano la guerra in strada.
L'atmosfera è simile, ma allora Bambaataa voleva fermare le gang e voleva creare qualcosa di più costruttivo. Qui invece parte tutto all'interno di una comunità di artisti e cresce a livello nazionale, riportando nello scontro proprio quelle gang che Bambaataa voleva escludere.
Mi ha sempre colpito l'influenza che ha Suge Knight in questa vicenda, personalità fortissime come Tupac, Snoop e Dr. Dre, che nei fatti accettano e subiscono le sue decisioni e i suoi comportamenti.
Se si guarda ai fatti da fuori, Suge Knight sembra quasi l'incarnazione del male. C'è un'intervista del 2003 in un show americano dove il conduttore dice apertamente che non lo contesterà perché ne ha paura e, per prenderlo in giro, indossa un giubbotto antiproiettile. A quel punto Suge risponde dicendo che se lo volesse uccidere, non userebbe la pistola, ma gli inietterebbe del sangue infetto da HIV, come già fu fatto per Eazy E; dice una cosa del genere in diretta TV, parlando di un artista realmente morto di AIDS, e nessuno replica.
Parliamo dei Source Awards del 1995 a New York, a me ha sempre sconvolto il volto incattivito che aveva Snoop sul palco.
Dopo 'Who Shot Ya', quello è un altro momento importante. E’ lì che Suge Knight decide che la guerra avrebbe dovuto andare avanti e arrivare fino in fondo. Snoop è certamente arrabbiato, ma soprattutto è sorpreso. “Davvero la east coast non ama Snoop Dog e la Death Row?” chiede al pubblico che lo fischia. Fino a pochi mesi prima quelle due realtà facevano i dischi insieme, collaboravano. Possibile che non siamo più parte dello stesso movimento? E il pubblico di New York replica urlandogli un sonoro sì, e coprendolo di fischi. Come a dirgli “Caro Snoop, Suge Knight ci ha appena dichiarato guerra”. Quindi quella di Snoop Dogg è rabbia, ma è anche stupore. Un altro elemento che fa comprendere come le cose precipitarono all'improvviso.
Come ti spieghi i comportamenti di Biggie e Puff Daddy, da un lato la provocazione di pessimo gusto con l'uscita di 'Who Shot Ya' e dall'altro i toni pacifici usati in altre circostanze?
Secondo me pensavano che tutto fosse più gestibile, facciamo un po’ di maretta, agitiamo le acque e vendiamo dischi. Poi Biggie ad un certo punto intuisce che il rischio è reale, anche quello di morire, e ha paura. La morte del resto è un tema che non gli è nuovo. Lui parla sempre di morte, pensa ai titoli dei suoi due LP; c'è un'intervista, dopo l'omicidio di Tupac, dove dichiara di pensare sempre alla fine, di percepirla vicina, di sapere di non essere protetto. In molte occasioni proverà a smorzare i toni, arrivando a dichiarare di aver compreso il potere che avevano lui e Tupac nell’aver fatto scendere nell’agone due intere coste partendo da un problema tra loro due.
Che cos'hanno lasciato Biggie a New York e Tupac a Los Angeles? Parlo nella gente, non solo tra i rapper.
L'immagine di Tupac, a livello internazionale, ha unito di più; Biggie era amato soprattutto tra la gente di Harlem, Brooklyn e del Bronx. Era l'ambasciatore di una certa realtà, in maniera figa, era autoironico, aveva il suo slang. Aveva trasformata il suo quartiere in un posto affascinante. Aveva trasformato il suo stesso fisico in un’icona, lui che pesava 140 kg ed era stato sempre preso di mira per questo. Tupac era più universale. In lui non c'era solo la thug life, la vita di strada, ma anche la causa afroamericana, l'emarginazione, le ragazze madri; Biggie era più forte come rapper puro, aveva armi tecniche più innovative, l'ironia su tutte, finora quasi sconosciuta nell’ambiente. Tupac si era esposto su vari temi, aveva la sua immagine anche fuori dal rap; era sia profeta che fuorilegge, ha ancora un'immagine universale. L'amore per Biggie è all'inizio più territoriale. A livello mondiale, più lo conosci e più lo ami, ma non è stata una cosa così immediata. Poi tieni conto di una cosa, a Los Angeles stanno ancora cercando un erede di Tupac. Ora per qualche aspetto potremmo indicarne Kendrik Lamar, ma per anni si è cercato invano; a est Biggie aveva portato una rivoluzione, altri erano pronti a raccoglierne il testimone. Nas, per dirne uno, ma anche Jay Z, con cui stava per fondare un'etichetta; la vita di jay Z prima del rap peraltro è quasi sovrapponibile a quella di Notorious.
La velocità è presente anche nella vita di Tupac, in pochissimi anni ha vissuto tante vite, la madre, i Digital Underground, Suge Knight, tutto in fretta.
Pensa che nel suo ultimo anno di vita realizza qualcosa come duecento brani. Si era praticamente chiuso a scrivere per un anno; le ragioni sono molteplici, aveva appena firmato con la Death Row e doveva pubblicare dei dischi, in più aveva tanto da dire. Era stato in galera, si era preso cinque pallottole, girava con il giubbotto antiproiettile.
Negli anni duemila non sono poi usciti grandissimi dischi, pensi ci sia un legame con quello che era successo nella seconda parte parte degli anni 90?
La tensione c'era ancora. Ad esempio quando è uscito 50 Cent, ci si è chiesti subito da che parte stesse, ma la cosa interessante è che i dischi più interessanti sono spesso arrivati non dalle due coste, ma da realtà fino ad allora considerate marginali. Sono arrivati altri tipi di rap, con delle sonorità diverse; Eminem è di Detroit, una città che nella mappa del rap contava poco. E poi gli Outkast, il Dirty South. New York e LA erano sempre state la guida, ma da allora le cose cambiano. Si sono sviluppate delle nuove correnti. Pensiamo a Dr. Dre e al suo lavoro con Eminem, un bianco. Pensa se fosse uscito negli anni '90, chi lo avrebbe seguito? Le due coste l'hanno pagata, soprattutto a ovest.
Come spiegheresti ai giovani b-boy di oggi cosa è successo in quegli anni tra le due coste?
Questa è stata la domanda che ha fatto nascere il podcast. Prendi le due figure protagoniste, ne intuisci l’importanza quando capisci che attraverso di loro si riesce a rileggere l'America, non solo di quel periodo, ma di quasi un secolo; è come per Dante. Perché Dante è importante? Non perché rima in terzine, è importante perché ti porta in un periodo storico di cui lui era protagonista, ti fa da guida in un modo di vivere, di pensare, di concepire l’esistenza. Se tu ascolti Tupac e Biggie capisci il contesto, non solo di quel periodo, il contesto largo, la big picture. Io sono entrato nella loro vita, mi hanno portato in mille posti, mi hanno raccontato la profondità del rapporto dell'uomo con la morte, con la coerenza, la violenza, la causa afroamericana, il rapporto con l'autorità. Pensa alle rivolte di Los Angeles, attraverso di loro capisci perché tutto è accaduto lì e in quel momento. Se entri nel loro mondo capisci cosa sta succedendo. Hanno fatto cose fighe, le rime di Notorious sono fighe, l'attitudine di Tupac è figa, potrebbe recitare una preghiera che comunque ti sembrerebbe che ti sta prendendo a pugni; tutta questa enormità, per due ragazzi giovanissimi, morti senza neanche riuscire ad entrare nei famosi 27, è impressionante.
Stefano Soranna


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