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Meloni non si illuda: l’Italia non è la 'favorita' di Washington

Meloni non si illuda: l’Italia non è la 'favorita' di Washington

Trump ricatta l’Europa, l’Italia non può restare a guardare


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Non è più diplomazia. Non è più nemmeno politica estera. È ricatto economico allo stato puro. Le ultime dichiarazioni di Donald Trump, con la minaccia di dazi punitivi contro Paesi europei 'colpevoli' di non allinearsi alle sue pretese strategiche, segnano un passaggio inquietante: l’uso del commercio come clava geopolitica contro alleati storici.
Qui non siamo davanti a una normale trattativa tra Stati sovrani. Siamo davanti a un precedente pericolosissimo: se passa il principio che chi controlla il mercato può imporre decisioni territoriali, militari o geopolitiche attraverso la pressione economica, allora l’ordine internazionale basato sulle regole è finito. E con esso l’idea stessa di alleanza.
L’Europa non può più permettersi l’illusione che Washington sia automaticamente un partner affidabile. Non in queste condizioni. Non con una leadership che considera l’alleanza atlantica uno strumento da usare solo quando conviene. Perché oggi è la Groenlandia, domani potrebbe essere la politica industriale, l’energia, la difesa comune, l’autonomia tecnologica europea. Il metodo è sempre lo stesso: chi non si allinea paga.
In questo scenario, la posizione dell’Italia è delicata, esposta e potenzialmente pericolosa. Giorgia Meloni ha fatto bene a definire 'un errore' l’aumento dei dazi annunciato da Trump, ma questo non basta.
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La diplomazia delle frasi prudenti e delle telefonate 'chiarificatrici' rischia di trasformarsi in una strategia di sopravvivenza politica, non in una linea di governo autorevole. Perché quando un alleato minaccia ritorsioni economiche per piegare altri Paesi a una logica di forza, non si è più nel terreno del dialogo, ma in quello dello scontro di interessi.
E soprattutto, l’Italia non può permettersi di pavoneggiarsi per il fatto di non essere stata inserita, almeno per ora, nella lista dei Paesi colpiti dai dazi. Sarebbe una lettura miope, provinciale e pericolosa. Non essere nel mirino oggi non significa essere al sicuro domani. Significa solo essere temporaneamente utili, tollerati o considerati marginali nello schema di pressione americana. È una protezione apparente, fragile, revocabile con un semplice annuncio presidenziale.
Illudersi di essere 'i preferiti' di Washington è un errore strategico. Perché quando l’Europa viene colpita, l’Italia viene colpita comunque: attraverso le catene di fornitura, l’export, la manifattura, l’agroalimentare, l’indotto industriale che vive di mercato europeo. Non esistono isole felici in un’economia integrata. Chi finge di non capirlo sta facendo propaganda interna, non difendendo l’interesse nazionale.
Restare fuori dalla lista dei 'puniti' non è un successo diplomatico. È semmai un campanello d’allarme. Significa che l’Italia rischia di essere percepita come l’anello debole della catena europea, quello su cui esercitare pressioni indirette per dividere il fronte comune.
Essere risparmiati oggi può voler dire essere strumentalizzati domani. Ed è esattamente questo il gioco geopolitico più pericoloso.
L’Italia non può permettersi di restare in una terra di mezzo, oscillando tra la fedeltà europea e l’ansia di non disturbare Washington. Questo equilibrio ambiguo è comodo nel breve periodo, ma devastante nel medio-lungo termine. Significa rinunciare a contare davvero, accettando il ruolo di interlocutore debole, sempre in cerca di approvazione esterna. È il rischio concreto di una politica estera che si limita a 'non rompere' invece di costruire posizioni forti.
Tentennare, mediare all’infinito, cercare di restare 'amici di tutti' non è neutralità: è assenza di visione strategica. È il preludio all’irrilevanza politica. E in un contesto internazionale sempre più aggressivo, l’irrilevanza non è una condizione neutra: è una forma moderna di dipendenza. Dipendenza dalle decisioni altrui, dalle agende altrui, dalle priorità altrui.
Peggio ancora, c’è il rischio di scivolare in una vera e propria sudditanza diplomatica, mascherata da pragmatismo. Accettare in silenzio che un partner utilizzi i dazi come arma di pressione significa legittimare quel metodo. Significa dire, implicitamente, che l’Italia è disposta a piegarsi pur di non pagare il prezzo del confronto.
Ma uno Stato che rinuncia a difendere i propri interessi oggi, domani si troverà a difendere molto meno: la propria credibilità.
L’Europa, intanto, è davanti a una scelta storica. O accetta di essere un grande mercato senza potere politico, terreno di caccia delle potenze globali, oppure reagisce. Reagire non significa fare la guerra commerciale, ma difendere la propria sovranità economica e politica. Significa smettere di subire. Significa dimostrare che l’Unione non è solo burocrazia, ma capacità di proteggere i propri interessi strategici.
Il vero rischio, infatti, non sono solo i dazi. Il vero rischio è abituarsi al ricatto. Accettare che sia normale piegarsi per 'non creare tensioni'. È così che si perde peso internazionale. È così che si diventa periferia.
Se l’Occidente vuole restare credibile, deve ricordarsi che la forza non sta nell’imporre, ma nel rispettare. E se gli Stati Uniti scelgono la strada dello scontro muscolare, l’Europa ha il dovere – verso i suoi cittadini, le sue imprese e la sua storia – di alzare la testa. Anche a costo di dire no all’alleato più potente. Perché un’Europa che non difende se stessa è destinata a non contare più nulla.
E questo, oggi, è il pericolo più grande di tutti.B. Lazzari
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