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I sogni calpestati di una studentessa: l'Italia non è più il mio Paese

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Una nazione nella quale i cittadini hanno assistito inermi allo scempio culturale e pedagogico che ha caratterizzato la scuola negli ultimi due anni


I sogni calpestati di una studentessa: l'Italia non è più il mio Paese

L’Italia non è più il mio paese. Non pensavo di arrivare a pronunciare queste parole, proprio io che, a differenza di molti miei coetanei, avevo sempre immaginato di costruire qui la mia vita e il mio futuro. Proprio io che, nonostante le numerose contraddizioni che ormai da anni affliggono la nostra nazione, volevo restare per cercare di cambiare le cose. Proprio io che pensavo che attraverso l’insegnamento avrei potuto offrire un contributo etico e sociale all’intera collettività, quella collettività nella quale sono crescita e a cui mi sono sempre sentita legata.
Non ho mai biasimato quei giovani che, sentendosi traditi dalle istituzioni, sceglievano di emigrare in un altro stato e costruirsi la propria vita altrove. Tuttavia, credevo davvero che il mio destino sarebbe stato diverso, che io sarei stata diversa.


Lo dovevo alle persone comuni, vittime da tempo di uno stato ingiusto e contraddittorio, e ancora di più ai loro figli, i bambini, dai quali bisognava partire per dare vita ad un cambiamento nella nostra società.
Alla luce di ciò che è accaduto nell’ultimo anno e mezzo, non ne sono più veramente convita. Sento di aver perso la mia determinazione e ancora di più la fiducia che riponeva nella mia gente, la stessa gente che oggi si volta dall’altra parte davanti alla deriva autoritaria verso cui il nostro paese sta tendendo. La stessa gente che, offuscata da una paura irrazionale, ha scelto di abdicare alla propria coscienza e obbedire ciecamente ad una serie di provvedimenti che ledono i diritti sanciti dalla nostra Costituzione. La stessa gente che, oggi, tratta con indifferenza e talvolta con disprezzo la minoranza di cui io stessa faccio parte. La stessa gente per la quale volevo lottare che, oggi, mi ha profondamente delusa e dalla quale mi sento abbandonata.
Già avevo immaginato il primo giorno in cui sarei entrata in classe e mi sarei emozionata davanti a quelle faccine curiose alle quali avrei donato con piacere tutto il mio affetto, fiera di portare avanti la ricca tradizione pedagogica di cui il nostro paese gode. Basti pensare a Maria Montessori, Gianni Rodari o Don Milani, i quali hanno fatto della libertà, della pace, della giustizia e dell’impegno sociale nei confronti degli ultimi e delle minoranze i cardini del loro pensiero.
Ora come ora questa immagine è offuscata nella mia mente e rappresenta un sogno che temo di non poter più realizzare in questa nazione. Una nazione nella quale i cittadini hanno assistito inermi allo scempio culturale e pedagogico che ha caratterizzato la scuola negli ultimi due anni, a partire da tutte quelle misure liberticide che sono entrate nelle vite di bambini e ragazzi e che, tutt’ora, continuano ad essere parte della loro quotidianità. Una nazione in cui genitori e insegnanti appaiono totalmente indifferenti di fronte all’infanzia oppressa e incatenata dei loro figli o studenti. Una nazione in cui le persone adulte, completamente ipnotizzate dalla paura e da una propaganda martellante, hanno messo da parte il loro ruolo di educatori nei confronti delle giovani generazioni. Una nazione in cui, la maggior parte di noi ha accettato e in alcuni casi condiviso l’introduzione di un lasciapassare per poter insegnare, con la conseguente sospensione di tutti coloro che, grazie al loro pensiero critico, avrebbero potuto accendere un barlume di speranza nella vita dei loro alunni, che da oltre un anno e mezzo sono costretti ad obbedire passivamente alle richieste di chi invece dovrebbe rappresentare un esempio di dignità e coraggio.
Davanti a questo angosciante panorama non credo che, una volta finiti gli studi, potrò offrire al mio paese il contributo che avevo sperato perché, essere accettata dalle sue istituzioni ma anche dai suoi stessi cittadini, significherebbe essere complice di questa deriva autoritaria e antipedagogica, che mi impedirebbe di esercitare il mio ruolo con passione e rispetto nei confronti dei bambini, della scuola come istituzione e infine della mia dignità.
Camilla Dolcini - Modena


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