Lei ha deciso di rinunciare al suo lavoro per non aderire alla campagna vaccinale. Cosa la preoccupa di più?
'La mia storia è simile a quella di tanti altri colleghi che, con motivazioni personali e diverse l'una dall'altra, si ritrovano oggi esclusi dal lavoro che hanno fatto per tanti anni. Le posso citare la storia di una collega il cui marito ha avuto, dopo la inoculazione, una trombosi alla gamba destra e con due bimbi piccoli ha deciso di non sottoporsi al trattamento sanitario proprio per timore rispetto al futuro dei figli o di una altra insegnante che dopo la prima dose soffre di forti tachicardie ma per questo non ha avuto alcun esonero rispetto alle dosi successive. Nessuno nega la pericolosità del Covid, ma occorre avere una visione complessiva che parta anche dal tema della cura del virus e, lo ripetiamo ancora, dalle terapie domiciliari'.
Quindi la sua è una preoccupazione legata agli effetti avversi.
'Anche, ma non solo. Credo in ballo vi sia in generale il tema della libertà di cura e del poter decidere del proprio corpo in modo libero. Qui infatti parliamo prima di tutto di una scelta sanitaria che incide su se stessi. Il tema del rispetto dell'altro del resto mi pare sia stato superato sia dalla evidenza di contagi anche tra persone vaccinate sia dai tamponi necessari all'ottenimento del normale Green Pass. Per mesi mi sono recata al lavoro col tampone fatto ogni 48 ore e quindi più controllata e sicura rispetto ad altri, ora improvvisamente mi viene detto che non è così, senza una motivazione logica. E poi vorrei citare l'enorme tema del diritto alla privacy'.
A scuola conoscevano la sua condizione rispetto al trattamento sanitario legato al contrasto del Covid?
'Teoricamente non avrebbero dovuto, ma nei fatti io e una collega eravamo le uniche due insegnanti alle quali ogni giorno veniva controllato il Green pass.
Giuseppe Leonelli




