Articoli Politica

'Morirai' al citofono: le minacce a Catia Silva mentre la Commissione indaga su David Rossi

'Morirai' al citofono: le minacce a Catia Silva mentre la Commissione indaga su David Rossi

Pressioni e minacce mentre emergono nuovi elementi sull’inchiesta


4 minuti di lettura

Catia Silva, brescellese, è segretaria della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi, l’ex responsabile comunicazione di Banca Mps precipitato dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013. Nelle ultime settimane è finita nel mirino di minacce di morte proprio mentre i lavori parlamentari stavano entrando in una fase cruciale. Un episodio inquietante che riaccende l’attenzione non solo sul caso Rossi, ma anche sul clima che accompagna chi lavora per far emergere la verità.
Conosco Catia Silva da quasi vent’anni. Ci siamo incontrate ben prima che la maxi operazione Aemilia portasse alla luce il radicamento della ’ndrangheta nei nostri territori. Insieme abbiamo seguito udienze di quel processo storico e organizzato convegni pubblici sulla legalità, spesso in un clima di fastidio, diffidenza e silenzi imbarazzati. Parlare apertamente di criminalità organizzata al Nord non era comodo allora. E non lo è nemmeno oggi. È anche per questo che le intimidazioni ricevute da Silva non possono essere liquidate come un episodio isolato.
 

Catia, qual è stato il tuo ruolo nella Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi?
«Ho svolto il ruolo di segretaria della Commissione, occupandomi del coordinamento tecnico, dell’organizzazione delle audizioni e della gestione degli atti.
Spazio ADV dedicata a Società Dolce: fare insieme
È un lavoro che richiede rigore, precisione e senso di responsabilità, soprattutto quando si opera su una vicenda così delicata e complessa».
 

Quanto è stato difficile ricostruire una vicenda iniziata oltre dieci anni fa?
«È stato estremamente impegnativo. Ci siamo trovati davanti a una mole enorme di documentazione, tra atti giudiziari, perizie e testimonianze stratificate nel tempo. Ricostruire il quadro ha significato rimettere insieme pezzi dispersi, verificare fonti e affrontare lacune che si trascinavano da anni».
 

Quali risultati consideri più rilevanti emersi dal lavoro della Commissione?
«Il contributo del RIS dei Carabinieri è stato centrale. La perizia, basata su 23 test sperimentali, ha evidenziato che la dinamica della caduta non è compatibile con un suicidio. In particolare è emerso che, nel momento della caduta, qualcuno avrebbe trattenuto David Rossi per il polso sinistro mentre era appeso al balcone, provocando lesioni e il distacco dell’orologio».
 

Quando parli di 'pista mantovana', a cosa ti riferisci esattamente?
«Con “pista mantovana” intendiamo un filone di indagine che riguarda rapporti, contatti e operazioni riconducibili all’area di Mantova e Viadana emersi durante i lavori della Commissione. Parliamo in particolare del sistema delle sponsorizzazioni e di alcune relazioni istituzionali e finanziarie seguite da David Rossi per conto di Mps.
È una pista che, grazie alle numerose testimonianze raccolte, merita approfondimenti seri e strutturati».
 

In che modo la Commissione intende procedere su questo filone?
«Seguiremo la pista mantovana, che grazie alle tante testimonianze è una pista che merita approfondimenti. L’obiettivo è verificare ogni elemento emerso con metodo, rigore e riscontri documentali, senza forzature ma senza nemmeno lasciare zone d’ombra».
 

Veniamo alle minacce. Cosa è accaduto?
«Il 14 dicembre scorso, intorno alle 20, un uomo ha suonato al citofono della mia abitazione pronunciando lentamente la parola “mo-ri-rai”, con una voce metallica e camuffata. Nei mesi precedenti avevo già ricevuto telefonate minatorie sul telefono fisso di casa, un numero conosciuto da pochissime persone».
 

Queste intimidazioni coincidono con momenti chiave del lavoro della Commissione?
«Sì. Nei giorni immediatamente precedenti alla minaccia al citofono, il tenente colonnello del RIS Adolfo Gregori aveva illustrato in Commissione i nuovi elementi della perizia. Inoltre avevamo appena audito un funzionario di Mantova, già presidente di una fondazione. È una coincidenza temporale che non può essere ignorata».
 

Anche in estate avevi ricevuto telefonate intimidatorie. Che messaggi ti venivano rivolti?
«Mi veniva detto di fermare i lavori, che si trattava di un suicidio e che dovevamo smettere di andare avanti. Era un tentativo evidente di condizionare l’attività della Commissione».
 

Hai sporto denuncia?
«Sì. La Procura di Reggio Emilia ha avviato accertamenti.
È stato sequestrato l’hard disk del sistema di videosorveglianza della mia abitazione ed è stato acquisito come corpo di reato. Sono in corso verifiche investigative».
 

Il presidente della Commissione Gianluca Vinci ha annunciato nuove iniziative investigative. Puoi spiegare di cosa si tratta?
«L’Ufficio di Presidenza sta valutando l’acquisizione delle celle telefoniche, delle immagini delle telecamere lungo le principali arterie stradali di Brescello e delle targhe in uscita dai caselli autostradali limitrofi. L’obiettivo è ricostruire movimenti e presenze sospette collegabili a questi episodi».
 

Quanto è grave che una funzionaria dello Stato venga minacciata mentre svolge il proprio incarico?
«È un fatto gravissimo. Non riguarda solo me come persona, ma il principio stesso di libertà delle istituzioni di svolgere il proprio lavoro. Quando si tenta di intimidire chi indaga, significa che qualcuno teme la verità».
 

Nonostante tutto, continui ad andare avanti.
«Sì. Continuerò a svolgere il mio lavoro con la stessa determinazione. La ricerca della verità non può fermarsi davanti alle minacce».
 

Catia, ci conosciamo da tanti anni, dai tempi precedenti alle grandi inchieste che hanno mostrato il radicamento della criminalità organizzata anche nei nostri territori. Che clima vedi oggi rispetto alla ricerca della verità e al contrasto all’illegalità?
«C’è sicuramente più consapevolezza rispetto al passato, ma resta una forte difficoltà ad accettare fino in fondo ciò che è emerso. Le grandi inchieste hanno dimostrato che certi fenomeni non erano lontani, ma presenti anche nei nostri territori. Questo ha prodotto un risveglio delle coscienze, ma non sempre un cambiamento strutturale. La ricerca della verità richiede coraggio, continuità e istituzioni forti. E soprattutto richiede che chi lavora per la legalità non venga lasciato solo. Altrimenti il rischio è che paura e omertà tornino a occupare spazio».Le minacce rivolte a una funzionaria della Commissione parlamentare non sono solo un fatto personale. Sono un segnale che interroga il Paese sulla reale volontà di difendere chi lavora per la verità. Il caso David Rossi, a distanza di oltre dieci anni, continua a porre domande che non possono più essere ignorate.
 

Cinzia Franchini
Foto dell'autore

E' imprenditrice artigiana nel settore del trasporto di merci conto terzi ed è consulente per la sicurezza dei trasporti di merci pericolose ADR su strada. E' RSPP e si occupa di gestire tutte le att...   

La Pressa
Logo LaPressa.it
Spazio ADV dedicata a Udicon

Da anni Lapressa.it offre una informazione indipendente ai lettori, senza nessun finanziamento pubblico. La pubblicità copre parte dei costi, ma non basta. Per questo chiediamo a chi quotidianamente ci segue di concederci un contributo. Anche un piccolo sostegno, moltiplicato per le decine di migliaia di lettori, è fondamentale.

Articoli Correlati