In sostanza non così grande e non così eccezionale da non potere essere gestito sulla base delle possibilità oggi a disposizione. Non solo sul piano tecnico, ma anche politico. Considerando che la messa in sicurezza dei nodi idraulici è fissata in riferimento ad eventi con tempo di ritorno 200 anni. Riferimento dal quale sia la Romagna che Modena con il suo bacino idraulico sono ben lontani, con i loro TR20 (Secchia) e al TR50 (bacino Panaro)
Sono alcuni concetti e valutazioni emersi dalla relazione tenuta dal professor Stefano Orlandini, ordinario di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Modena e Reggio Emilia, a Lugo di Romagna, uno dei comuni colpiti dall'alluvione dello scorso maggio.
Una analisi condotta con grande rigore scientifico che ha ha dato forma ad una relazione dettagliata basata su modelli di calcolo e di simulazione consolidati e capace, nelle sue conclusioni, non solo di fornire un quadro preciso e puntuale dell'evento sul piano tecnico, ma di smontare la narrazione sociale e politica che descrive l'evento romagnolo come epocale, mai registrato in termini assoluti, ingestibile al punto da non rendere nessun amministratore e nessun politico responsabile, anche solo in parte. Una narrazione che ha nel cambiamento climatico il proprio e quasi unico mantra. Foglia di fico capace di distrarre rispetto alla realtà dei fatti e alle responsabilità conseguenti. Sulle quali anche il solo discutere è bannato e tacciato come politicamente pregiudiziale.
Perché portato alla relatività dell'impatto con le caratteristiche del territorio, e del proprio reticolo idraulico (che nel caso della Romagna, così come per quello di Modena, è oggi in grado di reggere eventi con tempo di ritorno 20 o al massimo 50), l'evento, pur importante in relazione alla quantità di acqua caduta, assume tutt'altra dimensione e rilievo. In sostanza emerge che l'evento stesso poteva e di fatto doveva essere gestito. Se non su tutti i fiumi, almeno per buona parte. E non è cosa da poco, anche in termini di responsabilità politica.
L'analisi dei fatti e la chiave di lettura fornite da Orlandini dell'evento romagnolo sono quelle che declinato i termini assoluti delle precipitazioni (presi dalla politica per parlare di eventi senza precedenti ed ingestibile), alla realtà del loro impatto sul territorio, fatto di bacini e infrastrutture con determinate caratteristiche, naturali, artificiali, e di manutenzione. Un dimensionamento territoriale dell'evento che sul piano scientifico il Prof. Orlandini rappresenta attraverso le cosiddette curve di probabilità pluviometrica, basate su tre variabili: durata della precipitazione, altezza della precipitazione totale e possibilità di ritorno.
Variabili che, di fatto, contestualizzano la precipitazione sul territorio e sul bacino specifico.
Quello del mancato adeguamento, o meglio di quello che rimane l'obiettivo del fondamentale adeguamento dei bacini ad un livello TR200 rimane un punto cruciale per Orlandini. Un riferimento, il TR200, ritenuto migliore nel rapporto soldi investiti e danni evitati. Basta pensare che per riparare dannì, si spendono cifre 8 volte superiori a quelle necessarie per la costruzione delle opere di prevenzione. Oggi è così. Dato che stupisce la platea di Lugo che applaude quando Orlandini richiama l'importanza di una ricostruzione che punti su opere strutturali ed efficenti. 'Non basta lo stanziamenti dei soldi per la ricostruzone. Purtroppo vediamo milioni di euro spesi per opere insufficienti ed inefficenti e questo non deve succedere'
Ma c'è di più in termini di responsabilità politica, ovvero il tema delle manutenzioni e della pulizia degli alvei. Che, è evidente, in Romagna ha avuto diverse criticità. 'Manutenzione che - spiega Orlandini - non significa togliere la vegetazione spontanea all'interno dei tratti artificiali arginati, che ha diversi benefici tra cui quella di garantire il microcilima, evitare il riscaldamento eccessivo dell'acqua in estate, ma concentrarsi su quella infestante e sulla rimozione dei sedimenti nell'alveo. I sedimenti vanno rimossi'. Elementi che in caso di piena creano problematiche e rischi. Senza considerare il capitolo degli animali fossori. 'Qualcuno ancora scherza su questo punto ma è reale come dimostrammo nello studio sulla rotta del 2014 sul Secchia e su quella evitata sul Panaro' - afferma Orlandini.
Una relazione, quella del docente Unimore, che per contenuti e conclusioni rappresenta l'orizzonte scientifico in cui inserire la narrazione politica e sociale dell'evento che ha provocato l'alluvione in Romagna. Una narrazione che più che espressione di un articolato e oggettivo riscontro scientifico, come quello che il professor Orlandini ed i suoi collaboratori hanno elaborato ed esposto, pare espressione di una politica che partendo da dati assoluti ma parziali e non calate sul territorio , fornisce una lettura parziale e interessata del fenomeno. Un problema che pone la sfida, su questo fronte, anche sul terreno della cultura e della comunicazione istituzionale'
Gianni Galeotti


