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Curava i pazienti Covid, fu accusato di omicidio, ora assolto: il fatto non sussiste

Curava i pazienti Covid, fu accusato di omicidio, ora assolto: il fatto non sussiste

Dopo 5 anni l'odissea vissuta del dottor Alberto Dallari giunge al termine, ma i segni rimangono: 'La cosa che mi ha preoccupato di più è stata la gogna mediatica. Solo la Pressa mi ha ascoltato e mi ha dato voce'


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Finisce con una assoluzione piena, perché il fatto non sussiste, il calvario giudiziario del dottor Alberto Dallari, un uomo, un medico di Reggio Emilia, con più di 40 anni di esperienza tra cui il lavoro nella Stroke Unit dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, e che in piena emergenza Covid, quando l'indicazione ufficiale “tachipirina e vigile attesa” regnava sovrana, scelse di agire, curando i pazienti come aveva sempre fatto nella sua vita. Dallari, iscritto all'associazione Ippocrate, segue centinaia di pazienti a domicilio, spesso via telefono, monitorando saturazione, temperatura, sintomi, e garantendo una presenza quotidiana che molti malati ricordano come l’unico punto fermo in settimane di paura in cui anche i medici di base non si spostavano e spesso non erano raggiungibili.
Una paura aumentata anche dai dati sui ricoveri in ospedale e sui decessi in ospedale. Per questa sua presenza e cura il suo numero di telefono era stato diffuso tra tanti pazienti. Tra questi c'era anche un uomo di Ferrara, affetto da più patologie. Dallari, da Reggio Emilia, lo segue costantemente, via telefono. Le sue condizioni sono altalenanti.
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Il medico che quattro anni fa, dopo l'accusa, raccontò la sua vicenda a La Pressa e oggi, dopo la sentenza, nel podcast di Stefano Becciolini e Daniele Giovanardi - sa che sotto un certo livello di saturazione e con determinati parametri l'ospedalizzazione è inevitabile. E quel momento arriva. Dallari attiva il medico curante, che a sua volta attiva l’USCA, che non arriva, almeno nelle successive 24 ore. Dopo un giorno ci penserà l'ambulanza attivata anche se Gallerani mostra segni di miglioramento ed è in grado di camminare. Viene trasportato in ospedale. Gallerani è in grado di camminare quando scende dall'ambulanza. Viene ricoverato, ma nell'ambiente ospedaliero mostra segni di insofferenza. 'Mi telefono e chiese di essere curato da me, in un ospedale dove c'ero io' - ricorda Dallari. 'Gli dissi che poteva fidarsi dei medici e e di quall'ospedale. Fu disposta anche una perizia psichiatrica, forse legata al suo stato di agitazione. Elemento che comunque indicava che contestualmente le sue condizioni a livello fisico non erano gravi. Fatto sta che, da quanto so, venne sedato e poi intubato. Morì dopo alcuni giorni'.

Poco dopo per il dottor Dallari iniziò l'incubo. Era Il 12 ottobre 2021. All’alba, sei poliziotti entrano in casa sua per una perquisizione. Vengono sequestrati telefoni, computer, hard disk. Dallari trascorre dieci ore in questura.
Dall'ospedale era stato accusato di omicidio colposo e omissione di soccorso per la morte del paziente. Lo stesso ospedale in cui il paziente era stato ricoverato su indicazione di Dallari, dove il paziente era in grado di camminare nel momento del ricovero, ma dove morì dopo circa 30 giorni. Dallari venne accusato e l'ordine dei medici avviò tre procedimenti disciplinari. 'Il primo - ricorda Dallari - per un post critico sulla tachipirina, il secondo per l’uso dell’ivermectina, il terzo basandosi esclusivamente su ritagli di giornale'. Arriva anche una sospensione di tre mesi, ma non solo: la clinica privata in cui lavorava rescinde il contratto. Nel suo quartiere, racconta, su 18 famiglie solo due persone e il parroco gli esprimono solidarietà. 'Mi sentii come una pulce in mano a persone che potevano essere senza scrupoli’, ricorda. ‘La cosa più dura non è stata il processo, ma la solitudine’.

Cinque anni dopo, tutto si dissolve in una sentenza del giudice del Tribunale di Ferrara: il fatto non sussiste. Se la parte giudiziaria si è chiusa con una assoluzione piena, nulla potrà compensare anni di isolamento e gli effetti di una vera e propria gogna sociale e mediatica. Dallari ricorda quest'ultima come la più preoccupante, anche oggi.
Telecamere sotto casa, giornalisti appostati. Le Iene lo intercettarono al distributore, e lo seguirono fino alla porta di casa. La figlia, una ragazza con disabilità, si trovò coinvolta suo malgrado in un clima di assedio. ‘La vergogna dell’informazione è stata la cosa più brutta’, dice oggi. 'L’unica eccezione, sottolinea, fu La Pressa, che grazie alla mediazione di Daniele Giovanardi mi ascoltò e mi diede voce quando nessuno mi ascoltava'. Noi siamo orgogliosi di averlo fatto.
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Nato a Modena nel 1969, svolge la professione di giornalista dal 1995. E’ stato direttore di Telemodena, giornalista radiofonico (Modena Radio City, corrispondente Radio 24) e consigliere Corecom (C...   

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