La abbiamo raggiunta telefonicamente per parlare del tema fortemente dibattuto in questi giorni a Modena a seguito dell'organizzazione, il 21 settembre, di un convegno con esperti psicologici e giuristi dal titolo 'La violenza non ha genere', organizzato da Anthea Group, che indagherà la dimensione della violenza di genere anche dalla prospettiva di quella subita dall'uomo e degli aspetti giuridici e psicologici dell'aggressività femminile. Un tema che solo a seguito del titolo, ha scatenato una dura reazione critica da parte di sindaco, assessore dai partiti politici dell'area progressista, dalle associazioni di donne e femministe
Dottoressa Siano, perché parlare oggi di violenza subita da maschi risulta un tabù?
Per diversi motivi. Pensi che a me, solo per il fatto di prendermi carico di casi di uomini che hanno subito violenza, è stato detto che dovrei vergognarmi, sia come psicologa che come donna. Sono stata definita 'ancella del patriarcato', come se aiutare uomini vittime di violenza fosse un tradimento di genere. Ma io ho scelto di stare dalla parte di chi soffre, chiunque sia. E’ questo che ha portato anche alla fondazione di Perseo. La mia libertà di aiutare chi ha bisogno non ha prezzo. La sofferenza non ha sesso, né orientamento. Noi aiutiamo le vittime di violenza, senza distinzione di genere.
Il vostro centro, Perseo, si occupa di vittime spesso escluse dai percorsi istituzionali. Che realtà vedete ogni giorno?
Vedo uomini vittime di violenza domestica, abusi psicologici e fisici, umiliazioni sistematiche. Eppure queste persone sono invisibili nel nostro Paese. Nella mia esperienza clinica seguo giovani uomini gay stuprati, anziani maltrattati in famiglia, padri separati distrutti psicologicamente, perfino adolescenti vittime di madri violente. Ma quando cercano aiuto, trovano porte chiuse. Perché uomini.
Può fare un esempio?
Un ragazzo gay, vittima di stupro da parte di un altro uomo, è stato rifiutato da un centro anti-violenza femminile perché la vittima era uomo.
Possiamo dire che il problema è soprattutto culturale?
Il problema non è solo culturale come alcune frane estremiste sostengono. La cultura rappresenta un piccolo pezzettino di una spiegazione molto più complessa che vede nella relazioni umane, nei problemi di coppia, nelle disfunzioni relazionali gli elementi da tenere in considerazione. Quando si parla solo di uomini contro donne si perde di vista la complessità della violenza, e nella complessità rimangono intrappolate tutte le vittime di violenza, senza distinzione di genere.
Perseo, per l'attività che svolge, accede ai fondi pubblici?
No. Nonostante siamo un’associazione iscritta al registro nazionale del Terzo Settore, con un’equipe multidisciplinare, non possiamo partecipare ai bandi. Perché? Perché nel nostro statuto c’è scritto che accogliamo anche uomini. È come se il nostro impegno fosse considerato meno legittimo e degno di essere sostenuto.
C’è anche un problema di linguaggio e comunicazione alla base del fattore culturale?
Certamente.
Cosa succede agli uomini che anche solo a seguito di una separazione si ritrovano in condizioni economiche disperate, senza casa e senza sostegni?
Alcuni dormono in macchina. Non hanno un tetto né un supporto legale o psicologico. Io non posso offrire una casa famiglia, non ho i fondi. Posso solo ascoltare, dare supporto psicologico fin dove posso arrivare. Ma è frustrante sapere che lo Stato finanzia massicciamente i centri femminili e ignora tutto il resto e questa che di fatto è violenza ma ignorata solo perché le vittime sono uomini.
Esistono però realtà virtuose con cui collaborate, anche tra i centri per donne?
Sì, esistono. Collaboriamo con alcuni centri anti-violenza femminili che riconoscono i limiti dei loro statuti. Quando una donna è vittima di un’altra donna, o una persona trans subisce abusi, non possono prenderla in carico. La indirizzano a noi. Ma succede su base volontaria, non sistemica. Quando si parla di violenza sugli uomini il rischio è di essere accusati di negare la violenza sulle donne. Parlare della sofferenza degli uomini non toglie nulla a quella delle donne. Non è una gara. Eppure oggi chi prova a includere altre categorie viene visto come un nemico. È un clima ideologico pericoloso.
Cosa sogna per il futuro?
Che un giorno i centri anti-violenza non abbiano più bisogno di una specificazione di genere. Che siano luoghi aperti a tutti, perché la violenza non guarda in faccia nessuno. E che chi aiuta venga riconosciuto, non accusato.
Gi.Ga.



