A comunicare i dati dall’Azienda sanitaria modenese nel corso dell'ultimo Consiglio comunale è stata l’assessora alle Politiche Sociali Roberta Pinelli che ha risposto a un’interrogazione presentata dal consigliere Federica Venturelli del gruppo Pd.
L’istanza chiedeva informazioni su servizi, interventi di presa in carico e cura e coinvolgimento delle famiglie; iniziative di sensibilizzazione, dati e azioni in atto per la cura e la prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare.
Dal quadro illustrato emerge non solo un forte aumento dei casi, ma anche un abbassamento dell’età di esordio dei disturbi dell’alimentazione e in particolare dell’anoressia nervosa. Gli studi sembrano dimostrare che nelle nuove generazioni l’età di esordio si è spostata dai 16-17 anni ai 14-15 con casi più frequenti prima dei 13 anni. “I dati dell’Ausl di Modena – ha precisato Pinelli - sono in fase di elaborazione, ma la percezione è che ci sia stato un incremento di nuovi casi tra i 13 e i 15 anni di età, anche se la fascia tra i 18 e i 24 anni si conferma quella più colpita”.
Nei giorni scorsi, il Dr. Missoni, nel suo intervento in Senato sul tema delle vaccinazioni ai bambini, aveva sottolineato l'importanza di considerare, ancora prima della spinta al vaccino per i ragazzi in età pediatrica, il rischio legato a malattie come l'obesità ed altre malattie metaboliche in aumento. Aumento che anche a Modena è decisamente confermato dai dati.
Per quanto riguarda il Percorso diagnostico terapeutico assistenziale Pdta-Dca, sono quattro i livelli di cura in cui sono impegnati i Servizi dei Dipartimenti Salute Mentale e Cure Primarie dell’Ausl insieme all’Azienda Ospedaliero-Universitaria, tramite i tre centri specialistici di area e l’Hub dell’ospedale di Baggiovara.
In base ai orientamenti regionali, il Pdta-Dca è diretto a utenza con disturbi con diagnosi di Anoressia nervosa o Bulimia nervosa nella fascia tra i 12 e i 35 anni d’età. Il livello base è quello di diagnosi precoce, presa in carico di pazienti con sintomatologia lieve.
Nel programma Dca le famiglie sono accolte, ascoltate e coinvolte con diversi i livelli di intervento; particolare attenzione va ai percorsi di terapia di gruppo che si svolgono anche da remoto. Un gruppo di familiari, che sta valutando la possibilità di costituirsi in associazione, è disponibile per attività di sostegno con interventi di sensibilizzazione, tutoraggio ad altri genitori, gruppi di auto-mutuo-aiuto.
L’Ausl svolge nelle scuole attività di prevenzione e educazione alimentare, durante l’anno è stato proposto agli studenti anche un nuovo intervento: “Body shaming e Dca”, mentre eventi di sensibilizzazione si svolgono nell’ambito della Settimana della Salute Mentale e della Giornata del Fiocchetto Lilla.
Dopo la trasformazione in interpellanza, Giovanni Bertoldi (Lega Modena) ha sottolineato positivamente il cambio di strategia nella cura: “Un approccio corretto deve integrare le cure in ospedale con quelle nelle strutture territoriali che possono accompagnare e sostenere nel post emergenza, perché il percorso di recupero è molto lungo”, ha sottolineato richiamando inoltre l’importanza di far entrare nella rete le strutture private, e di “coinvolgere le famiglie per dare loro gli strumenti per individuare precocemente queste patologie”.
Secondo Paola Aime (Verdi), i Dca “sono un pezzo di malessere giovanile che dovrebbero preoccuparci di più e per i quali dovremmo fare di più. C’è un’eccessiva frammentazione dei servizi che non comunicano tra loro quanto dovrebbero. Questo provoca un eccesso di cure e grande confusione sia nei pazienti che nelle loro famiglie. Occorre, quindi, capire come porsi in modo più efficace, mettendo risorse e creando alleanze e collaborazioni per farsi carico globalmente del problema”.
Dichiarandosi soddisfatta della risposta, la consigliera Venturelli ha osservato che “purtroppo il tema dei disturbi del comportamento alimentare è ancora, spesso, considerato un tabù o descritto dai media e dai social come un disturbo da persone viziate. Invece, si tratta di malattie e come tali vanno curate. I dati forniti sono preoccupanti – ha concluso – e ci dicono che gli interventi in atto devono essere rafforzati e ampliati e che serve soprattutto lavorare sulla sensibilizzazione”.


