Ma in che cosa consiste questa ricetta coreana? Consiste in due ingredienti: Tamponi e tecnologia. Da un lato viene avviata una campagna massiccia di tamponi estesa su tutto il territorio e alla popolazione, anche a chi ha lievi sintomi. Ventimila circa al giorno, un pò dappertutto, anche in strada. Dopo il tampone scatta la fase due, quella del tracciamento. Attraverso il GPS che consente non soltanto di controllare il rispetto di una eventuale quarantena in caso di positività e la distanza da soggetti che violando le leggi, circolano da positivi, ma anche di ricostruire, con il percorso a ritroso degli spostamenti, la rete di contatti ed il luoghi frequentati dal soggetto positivo nei giorni precedenti al tampone. In modo da informare sia le autorità pubbliche che i singoli cittadini, attraverso una app scaricabile da tutti, la presenza di aree e di soggetti a rischio contagio. Così da garantire la sicurezza propria e per gli altri, dei soggetti che escono di casa. Metodi certamente invasivi attraverso i quali ad ognuno di noi sarà chiesto, in nome dell'interesse comune, di rinunciare non parzialmente ma totalmente, anche se in modo temporaneo, non solo alla propria libertà ma anche alla propria privacy. In un mese dall'avvio evidente del contagio su larga scala ci troveremmo protagonisti di quello che potrebbe sembrare un grande esperimento sociale e di massa esteso a piccoli passi su scala mondiale.
Fatto sta che ad oggi, questo metodo, sembrerebbe l'unico a dare risultati evidenti, anche se l'applicazione, in Italia non sarebbe così lineare. La Corea, che all'esplosione del contagio aveva ritmi di crescita esponenziale, ha riportato con questo metodo la curva dei positivi ad appiattirsi e a limitare (posto sempre che i dati siano reali e certificati), a 9000 positivi, e poco più di 100 morti. Ma arrivando al risultato che sono molte di più le persone che possono uscire di casa, pur in maniera controllata.
'La nostra capacita di analisi è tale che non riusciamo a farli nemmeno ai sintomatici', hatto fa sapere il professore Ricciardi a Canale 5 sottolineando che si tratta di test per i quali ci vogliono operatori e tecnici altamente specializzati e competenti. Secondo il professore, di fatto, dobbiamo essere pazienti: 'Non sarà il caldo a risolverci il problema'. E alla parola caldo è subito emersa la prospettiva del 31 luglio, citata in un documento trapelato da ambienti del governo, come data prospettata per il proseguio della quarantena degli italiani e poi in parte smentita da Conte. E ridimensionata nei termini di data potenzialmente ultima. Ma unendo le sue parole a quelle del Dr.Ricciardi emergerebbero comunque tempi lunghi. 'Gli italiani, spiega l'esperto, non devono aspettare il picco ma contribuire all'appiattimento della curva epidemica rispettando le restrizioni imposte dal governo.
Gi.Ga.



