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Terremoto del 1980 in Irpinia, il racconto di un Alpino modenese

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Intervista a Gianpaolo Torri, allora giovane militare di leva che rimase 21 giorni tra Potenza e Baragiano Scalo


Terremoto del 1980 in Irpinia, il racconto di un Alpino modenese

Nel 1980 Gianpaolo Torri aveva appena 19 anni, partito dalla sua Lama Mocogno era alpino di leva presso Feltre, in provincia di Belluno. Il terremoto colpisce l'Irpinia una domenica, da qui inizia il suo racconto: 'Il giovedì siamo stati messi in preallarme e il venerdì mattina siamo partiti alle 6 sopra il cassone di un camion, eravamo in 12 con tutte le nostre borse e gli zaini, quasi sempre sotto l'acqua, a mezzanotte siamo arrivati alla Cecchignola a Roma, Alle 6 siamo ripartiti senza dormire granché e alle 16 siamo arrivati a Potenza dove siamo rimasti 4/5 giorni. La prima notte abbiamo dormito sopra il cassone del camion con delle scosse di terremoto continue. Le notti successive presso la Centrale del latte. In quei giorni facevamo attività di antisciacallaggio e poi andavamo a scongelare i binari della stazione dei treni. Dopo siamo partiti per Baragiano.'
Quali erano i vostri compiti e dove dormivate?
'Ci siamo occupati solo della logistica, dovevamo distribuire viveri e vestiti, poi c'erano le roulotte per i terremotati, alcune arrivavano anche dall'estero. I primi tempi dormivamo in alcune case in costruzione, poi arrivarono le tende della Marina, molto grandi. Io rimasi giù per 21 giorni. Lo scavo tra le macerie era compito di altri militari e pompieri'.
La tenda della regione Emilia-Romagna, sempre a Baragiano, era senza pareti e i volontari sono stati perennemente al freddo, quali erano le vostre condizioni?
'Le tende non avevano il riscaldamento, meno male che i sacchi a pelo degli Alpini tenevano un po' di più. Anche la doccia, sempre con acqua fredda e poi c'erano continuamente scosse. Il mio primo pasto caldo, ricordo di averlo mangiato dopo 5 giorni a Potenza, ce lo fece una famiglia che aveva un bar di fronte al Palazzo della Regione, uno dei piatti di pasta e fagioli più buoni della mia vita. Al campo invece, ricordo che una volta, per tre giorni non ci arrivò il pranzo e mangiammo solo tonno con cipolline e funghi provenienti dalle derrate alimentari'.
Com'era l'organizzazione?
'Noi eravamo divisi in compagnie, io ero nella 66esima, il comandante era Enzo Giacomin, una persona fenomenale, era il primo a fare tutto. lo chiamavano l'orso, se durante la marcia qualcuno scoppiava, lui prendeva anche il suo zaino. Alla fine aveva sempre tre/quattro zaini sulle sue spalle'.
Hai avuto contatti con la popolazione?
'Non c'era tempo, giusto qualche sera in qualche bar, non vedevamo neanche i volontari'.
Durante la permanenza a Baragiano come facevi a contattare la tua famiglia a Lama Mocogno?
'Innanzitutto dovevi trovare un telefono che funzionasse, poi chiamavo il bar del paese perché a casa non avevamo il telefono, un altro mondo'.
Che cosa ti ha lasciato quell'esperienza?
'A livello emotivo è un'esperienza molto forte, mi ha segnato e tieni conto che non ho visto il dramma vero, i morti, le macerie; mi ha fatto capire che se sei parte di certi gruppi pensi a fare quello che è il tuo compito, non ragioni come una persona singola e non c'è tempo per polemiche o altro'.
Sei mai tornato a Baragiano?
'No, io e alcuni commilitoni ci volevamo andare quest'anno per i 40 anni, ma il Covid ha bloccato tutto. Pensa che ho scritto un commento sulla pagina Facebook del Comune di Potenza, mi ha risposto direttamente il sindaco dandomi il suo numero di telefono e dicendomi che se mai andassi da quelle parti di contattarlo'.

Stefano Soranna


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