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Viaggio nel Dna delle mummie di Roccapelago

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Il 58% risulta essere di sesso femminile, il 34% maschile, non è stato possibile determinarlo nel rimanente 8%; le donne morivano maggiormente entro la fascia di 20/29 anni, sicuramente per complicazioni legate al parto, mentre negli uomini era maggiormente arrestata nella fascia fra i 30/39 anni nel 66% dei casi, il 44% arrivava sino 60/70 anni quindi di notevole longevità per l’epoca


Viaggio nel Dna delle mummie di Roccapelago

Nel 2011 durante il restauro di consolidamento della Chiesa locale (dedicata alla conversione di San Paolo) gli artigiani scoperchiato il tetto della cripta, ovvero l’attuale pavimento, si resero conto al momento della macraba ma importantissima scoperta: sotto i loro piedi vi erano due piramidi di corpi mummificati accatastati uno sull’altro, ben oltre 400 mummie, certamente la più grande scoperta archeologica mai avvenuta nel nord Italia.
Due montagne di scheletri avvolti in tuniche e sudari, con tanto di paramani e cuffie sul capo le calze ancora cucite agli abiti, abiti di lino, iuta e canapa, in alcuni si notano tutt’ora buone rifiniture di merletti, con tutta probabilità erano dei signori locali, in altre si notano varie toppe, quindi abiti più vissuti e deteriorati, di persone meno abbienti. Ho sopracitato due profonde piramidi, in una vi erano sepolti corpi di bambini e giovani ragazzi/e
nell’altra uomini e donne adulte.
La mummificazione dei corpi è stato frutto di un processo naturale, grazie alle particolari condizioni microclimatiche del luogo (un caso rarissimo nell’Italia settentrionale) non si tratta come spesso vediamo nei musei corpi di Re o Faraoni volontariamente mummificati da esperti, in questo caso attorno agli scheletri sono ancora presenti i tendini, pelle e capelli.
Il loro recupero è stato possibile grazie all’unione sinergica in cantiere di esperti archeologi ed antropologi che hanno permesso di recuperare questi corpi - molti ancora nella loro naturale connessione anatomica, - poi trasferirli presso il laboratorio di antropologia di Ravenna dove è stato possibile studiare il loro DNA, quindi il loro stato di salute in vita, l’alimentazione, il lavoro svolto, i rapporti di parentele, le malattie più diffuse e quelle che erano causa di morte, oltre gli aspetti legati alla devozione religiosa.
La speranza di vita tra il XVI e il XVIII secolo non superava i cinquant’anni, va ricordato inoltre una elevata mortalità infantile purtroppo dovuta a una disposizione o legge del 1717 che vietava l’allevamento di capre, questo era determinante per la sussistenza base delle famiglie, i bambini morivano per infezioni gastrointestinali, morbillo, polmonite, difterite ecc., superati i tre/quattro anni di età le possibilità di morte diminuivano restando basse tra i dieci e i quarant’anni.

I risultati del campione analizzato

Il 58% risulta essere di sesso femminile, il 34% maschile, non è stato possibile determinarlo nel rimanente 8%; le donne morivano maggiormente entro la fascia di 20/29 anni, sicuramente per complicazioni legate al parto, mentre negli uomini era maggiormente arrestata nella fascia fra i 30/39 anni nel 66% dei casi, il 44% arrivava sino 60/70 anni quindi di notevole longevità per l’epoca, (tutt’ora in questi luoghi vivono alcuni centenari, va ricordata una signora, Dina Guerri, come la donna più anziana del mondo deceduta nel dicembre 2012 a Des Moines - Stato dell’Illinois – a ben 115 anni e 257 giorni). Le principali fonti di nutrimento di queste persone consistevano in castagne, noci, nocciole, ghiande, frumento, crusca e frutti del sottobosco, certamente una popolazione povera ma non affamata, questo quadro nutrizionale senza apporto di proteine da carni rosse e latte era l’origine di varie malattie come l’osteoporosi ovvero lo sgretolamento osseo per mancanza di calcio, il tutto poi associato a un enorme sforzo fisico, al trasporto di materiali pesanti come il legname e le pietre per costruzione in terreni scoscesi e impervi tipici dei territori montani.

Aspetti devozionali reperti cartacei e medaglia votive rinvenute

Durante lo scavo tra gli abiti degli inumati sono rinvenuti un buon numero di oggetti personali, (oltre a vari tipi di fiori in particolare rose canine), medaglie che rappresentano iconografie di Santi, tra le più diffuse la Madonna di Loreto, alcune raffigurano la Madonna col Bambino in mano, altre si riferiscono alla adorazione dei Magi, San Domenico e il Francescano Sant’Antonio da Padova, ovviamente non mancano quelle raffiguranti San Pellegrino e San Bianco, se ne potrebbero citare molte altre, ma singolare è un documento Spirituale, una lettera ripiegata e sigillata con una medaglia raffigurante la Vergine, questa carta fa riferimento alla “rivelazione” della passione di
Cristo, le preghiere giornaliere da recitare per ben 15 anni, per ottenere le 5 grazie e l’indulgenza plenaria: questo documento rivelatorio perfettamente restaurato apparteneva alla defunta Maria Ori. 
I risultati del DNA ottenuti dagli antropologi si riferiscono solo a una buona parte delle mummie, un fatto a dir poco stupefacente è emerso quando dalla analisi di un dente si e deciso poi di sottoporre volontariamente allo stesso alcune persone del luogo, la comparazione del risultato è inconfutabilmente provata in una donna tutt’ora in vita! Questi risultati sono ancora provvisori e potranno trovare conferme più solide quando le indagini saranno definite sulla totalità dei materiali ossei rinvenuti.
Pier Giacomo Bernardi (critico d’arte)

Ringrazio per la cortese collaborazione la Professoressa Rachele Merola e l’Antropologo Mirco Traversari dell’Università di Bologna. Consiglio a voi tutti di fare visita al Museo delle mummie di Roccapelago, godrete inoltre del suggestivo panorama che si affaccia sulla Valle del Pelago



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