Solo una domanda che nessuno in sala le ha osato rivolgerle: ma come mai le è venuto in mente di rifarsi ad Erasmo da Rotterdam nella creazione di questo titolo, peraltro estremamente accattivante?
Alla luce del nocciolo del titolo che accompagna il lettore dall'inizio alla fine - tracotanza, appunto - concetto inteso nella sua accezione più positiva ossia come inclinazione ad agire con risolutezza quasi sfrontata verso un fine, ho rivisitato i personaggi che più mi hanno colpito nella sua raccolta di episodi: tra cui il Manzoni.
Mi sono allora convinto che se l'ancora ventenne Alessandro Manzoni non fosse rimasto ammaliato dalle gesta del Bonaparte - idealizzandolo come supereroe nel proprio giovanile immaginario quasi elevandolo a suo personal-Sigfrido (Sigfrido significa 'colui che assicura la pace con la vittoria') - mai avrebbe trovato ispirazione per scrivere il Romanzo storico per antonomasia che noi tutti ben conosciamo fin dalle scuole dell'obbligo. Così come Napoleone, in perenne contrasto con Clemente Von Metternich, fu ripetutamente protagonista di rapide transizioni dall'altare (Austerlitz) alla polvere (Waterloo) e viceversa da Portoferraio a Parigi in cento giorni, parimenti Renzo e Lucia furono protagonisti di un saliscendi di vicende che li videro coraggiosamente opposti all'inerzia degli eventi e dei poteri forti, fintanto che la Provvidenza non donò loro il ricongiungimento. Le loro vicende si intrecciano con la figura di Fra' Cristoforo, vero fulgido esempio di tracotanza che lo rende eroe non protagonista, che orienta la trama verso il lieto fine, prima di morir di peste come il suo grande antagonista don Rodrigo, figlio dello status-quo ed espressione dell'arroganza del potere.
La provocazione del bravissimo moderatore nel raccontare l'opera come un elogio della sconfitta tratteggiandola come una sottospecie di verghiano poema dei vinti, è stato un astuto, ben riuscito e volutamente fuorviante artificio per ammiccare ai presenti. L'autore infatti, stando al gioco, ne ha preso le distanze aborrendo il ritratto di moderno eroe eternamente sopraffatto: dunque non Sisifo bensì un indomito Cristoforo da Pescarenico, che rinnegò la propria vita spericolata, ma mai la propria indole combattiva.
Ma chi mai più del mozzo di sentina sa apprezzare la brezza fresca e pura che si può tirare a pieni polmoni dalla gabbia di vedetta?
Tramite questi flash autobiografici, al lettore perviene che la assurda proposta alternativa al gettare senza indugio il cuore oltre l'ostacolo per poter affrontare acque procellose (Cristoforo) sia di stare in scia al sistema, in virtù di una perenne neutralità disarmata con l'unica premura di non trovarsi mai l'ultimo della fila per non incorrere in guai ancor maggiori (Abbondio) .
Ma mi è parso di capire certamente che non sia esattamente una collocazione di suo gradimento e dunque le sia impraticabile!
Chapeau.
Un caro saluto a lei ed a tutti i tuoi lettori.
Acardo Lugli
Gentilissimo lettore,
io la ringrazio tanto della sua lettera, della attenzione con la quale ha letto il mio libro e dell'immagine che mi ha mandato (foto sopra), perfetta sintesi di ciò che ho raccontato. Quella di martedì è stata una bellissima serata, soprattutto per merito di Eugenio Tangerini che ho avuto il piacere e l'onore di avere come interlocutore. E' vero, mi sono convinto che sia ben più rischioso e folle piegarsi ai compromessi di una navigazione deferente, rispetto al tentare di cercare se stessi in modo libero.
Giuseppe Leonelli



