Considerando in merito alla parola ‘giustizia’, scrive Gianrico Carofiglio che, mentre ‘un linguaggio impersonale protegge chi parla o scrive, tenendolo al riparo dalle implicazioni morali e politiche delle sue parole’, ‘un linguaggio concreto espone, costringe a prendere posizione e ad assumersi responsabilità’.
Ha ragione. Soprattutto quando si ragiona di giustizia. Perché la giustizia, astrattamente considerata, non racconta nessuna storia di vita.
Semplicemente perché non sa raccontare la vita. Non ne sa raccontare la sofferenza, il dubbio, l’incertezza.
E, prima ancora, non ne sa raccontare i silenzi. Quelli della vittima.
Illuminata dalla mass-mediaticità del processo, ma ben presto dimenticata. E quelli di chi, l’imputato, spesso aspetta anni prima di poter parlare.
Nel tentativo - nella speranza? - di poter spiegare la propria versione - la propria verità -.
Non c’è nulla di tutto questo nel muto stare della dea che, bendata, regge spada e bilancia per soppesare e dividere ragioni e torti. La giustizia dell’uomo è cosa concreta, talvolta bassa, ma sempre vera. Come concreta, talvolta bassa, ma sempre vera è la vita vera delle persone vere.
Quelle le cui vite la giustizia dell’uomo taglia sovente trasversalmente.
Spesso vestendo i panni dell’ingiustizia.C’è tanta vita vera dietro la giustizia dell’uomo. Ma è una vita, questa vita vera, che la burocratica visione del fenomeno che sovente è propria della giustizia istituzionale, spesso non sa fotografare.
E, conseguentemente, raccontare. Non è facile tradurre la parola ‘giustizia’ in verbi d’azione che descrivano compiutamente i moti dell’animo, secondo l’insegnamento di Gianrico Carofiglio.
Perché fare ciò implicherebbe in primis la consapevolezza che, nella vita vera, poco o punto è bianco e poco o punto è nero.
La vita vera è sovente grigia. E il grigio è colore che spesso sfugge alla giustizia dell’uomo.
Cosi impegnata a non ripensare se stessa come se ripensare se stessa significasse tradire l’alta ragione d’esistere della giustizia medesima.
Siamo tutti fallibili ed inclini all’errore, insegnava, con invidiabile dose di realismo, Voltaire.
Perché ragionare ancora di dee illuminate e sagge fittiziamente consegnando loro le nostre ansie sociali quando nulla di nemmeno lontanamente paragonabile va concretamente in scena nelle nostre aule di giustizia?
Guido Sola
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