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Venezuela, la sciagurata strategia di Trump: golpe in spregio al diritto internazionale

Venezuela, la sciagurata strategia di Trump: golpe in spregio al diritto internazionale

L’atto di guerra che si è consumato si rivela semplicemente per ciò che è: una violazione della legge internazionale e del diritto


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Arrestare migliaia di dissidenti, torturarne a centinaia, reprimere regole e forme del più elementare stato di diritto, spingere all’esilio otto milioni (sui trenta complessivi) di venezuelani praticando corruzione e brogli elettorali non mi porterà mai a sostenere una dittatura.

Ciò non può e non deve impedire la condanna dell’azione di guerra americana e del golpe di fatto iscritto nella più ferrea tradizione del “cortile di casa” dove “gestiamo gli affari nostri” in violazione di ogni principio del diritto internazionale trattato oramai come un avanzo del secolo scorso.

Prima di commentare in due parole, le reazioni di casa nostra, merita riepilogare alcuni aspetti della sciagurata strategia voluta da Donald Trump.

Cominciamo dall’argomento che avrebbe sorretto (anche secondo la nostra presidente del consiglio) l’azione militare e cioè la “difesa“ da una penetrazione del narcotraffico negli Stati Uniti.

Non solo esponenti del campo democratico, ma dello stesso mondo repubblicano hanno spiegato che la vera motivazione del golpe risiede nel controllo delle risorse petrolifere (in uno schema propedeutico alla probabile prossima guerra per il cambio di regime in Iran).

La lotta al narcotraffico appare come uno scudo retorico, considerando che lo stesso Trump ha da poco graziato l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernandez, condannato a 45 anni di carcere
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per avere trafficato 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti.

In aggiunta, nelle 25 pagine dell’atto di incriminazione di Maduro non vi è nessun riferimento al fentanyl o altre droghe.

Dunque, l’atto di guerra che si è consumato si rivela semplicemente per ciò che è: una violazione della legge internazionale e del diritto.

Nella conferenza stampa seguita al raid, il presidente degli Stati Uniti non ha mancato di comunicare che a tempo debito si occuperà anche di Cuba e Colombia confermando l’inizio di un’epoca contrassegnata dal primato di un nuovo folle espansionismo e imperialismo territoriale.

Le conseguenze che tutto ciò avrà sulla strategia degli altri due imperi (Mosca e Pechino) sono facilmente prevedibili.


Il vero interesse strategico di Trump risiede nei 303 miliardi di barili detenuti dal Venezuela (il più grande volume di petrolio del mondo, pari al 17% del totale globale contro i 240 miliardi di barili dell’Arabia Saudita).

Che si tratti o meno di un aggiornamento della dottrina Monroe (anno di grazia 1823), quella di Trump è una guerra imperialista per il petrolio e il controllo di un Paese che agli occhi del Pentagono non doveva aumentare le ingerenze russe e cinesi (e che arriva di seguito a interventi e bombardamenti su Iran, Yemen,
Somalia, Nigeria, Siria).

Veniamo ora alle reazioni.

Sia Mosca che Pechino, principali alleati del Venezuela, hanno espresso una condanna “blanda” con un richiamo al diritto internazionale, ma senza nessun impegno ad aiutare militarmente Caracas.

Difficile negare che tutto ciò abbia a che vedere con l’idea, alla luce dell’atto sciagurato appena compiuto da Washington, di poter avere mano libera nel Donbass e a Taiwan.

Giorgia Meloni ha definito l’azione “un intervento difensivo legittimo”, difficile anche solo commentare.

Il cinismo, la doppia morale e la subalternità del governo italiano nei confronti dell’amministrazione americana tocca così l’apice della sua ipocrisia.


Il diritto internazionale, la sovranità degli Stati, interpretati come un menu alla carta: valgono quando fa comodo, si calpestano quando l’interesse prevale sui principi (dando così ragione al ministro degli esteri che qualche mese fa si era avventurato nella formula secondo cui il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”).

Sulle ambiguità espresse dalle forze del cosiddetto terzo polo non merita polemizzare se non per chiedere cortesemente di non impartire mai più lezioni di coerenza sulla parabola “dell’aggredito e dell’aggressore”.

Resta da dire che in Venezuela vivono 160.000 nostri connazionali, che l’Italia dovrebbe svolgere, e potrebbe farlo, un’opera di mediazione (ne parla oggi su Repubblica Peppe Provenzano) e che il
governo dovrebbe attivarsi in queste ore per la liberazione di Alberto Trentini (cosa che, onestamente, pare stia facendo).

Quanto alla reazione dell’Europa, e della presidente della Commissione, siamo davanti alla conferma della inadeguatezza di entrambe le istituzioni.

Nessuna condanna della violazione del diritto internazionale, e l’ennesima prova di sudditanza verso un presidente degli Stati Uniti e un’amministrazione americana mai così distanti dai valori e principi che l’Europa ha ostinatamente e ostentamente difeso nel corso della sua storia (almeno di quella degli ultimi ottant’anni).

Se in questo drammatico inizio anno, ancora qualcuno pensa o immagina di esportare la democrazia con le bombe e golpe preordinati, si prefigura un tempo ancora più torbido e angosciante, ma proprio per questo va ritrovato lo spazio della politica e quello di una sinistra che abbia finalmente ambizione e coraggio sufficiente a ripensare e rifondare se stessa (ma su questo sarà giusto tornare a ragionare assieme).

Gianni Cuperlo

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