Gentile Direttore, caro Giuseppe,
ho letto il tuo recente commento sulla riforma costituzionale della magistratura soggetta a referendum del 22 e 23 marzo e credo sia necessaria un po’ di chiarezza.
La riforma non incide solo sul funzionamento del processo, ma ha un respiro ben più ampio, occupandosi di ordinamento giudiziario e intervenendo su aspetti cruciali che sono stati oggetto di riflessione e di discussione almeno da quarant’anni a questa parte.
La riforma incide su tre aspetti fondamentali: la separazione delle carriere dei magistrati giudicanti e inquirenti/requirenti, la depoliticizzazione dell’organo di amministrazione della magistratura attraverso il meccanismo del sorteggio dei componenti togati e anche di quelli laici e la creazione di un vera giurisdizione per gli illeciti disciplinari commessi da magistrati.
A tuo parere, la riforma riguarderebbe “temi tecnici, che richiederebbero interventi organici e coordinati, ad esempio, intervenire sulla valutazione dei magistrati senza una riforma complessiva del sistema disciplinare rischia di produrre una arbitrarietà dei meccanismi di controllo, anziché un loro rafforzamento”.
Il riferimento, mi perdonerai, è improprio: la riforma è organica ed introduce meccanismi che sono specificamente rivolti a rimuovere l’arbitrarietà di cui tu parli: l’Alta Corte disciplinare sarà infatti un organo depurato dall’’influenza delle correnti della magistratura e dunque dotato di maggiore autonomia e
autorevolezza, con il bilanciamento di una riserva di legge per la tipizzazione degli illeciti disciplinari che garantirà le toghe dall’arbitrio delle future maggioranze politiche.Quanto poi al tema della separazione delle carriere, tu paventi il rischio di “generare squilibri nell’organizzazione degli uffici giudiziari, senza garantire un effettivo miglioramento della qualità del processo”. Il tema è diverso e molto chiaro: la modifica mira a creare percorsi distinti e ad impedire che il giudice sia soggetto al “potere” dei pubblici ministeri che oggi concorrono a deciderne le sorti di carriera. Non è tutto, ovviamente, perché la riforma attuerà il principio costituzionale del giusto processo rendendo finalmente il giudice una figura terza – oltreché indipendente –, realizzando una riforma auspicata da tutti gli orientamenti politici da quarant’anni a questa parte.
Pure il timore di uno “schiacciamento” del Pm “sulla funzione prettamente accusatoria”, da te paventato, pare francamente inesistente nella riforma: il pm rimarrà autonomo e indipendente dalla politica (art. 104 costituzione) e soggetto all’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 costituzione), mentre l’art. 358 del codice di procedura penale continuerà ad obbligarlo allo svolgimento di indagini a favore dell’indagato.
La pubblica accusa, continuerà dunque ad essere ciò che è (o avrebbe dovuto essere) oggi: indagherà sui reati e sosterrà
Ciò che cambierà sarà, dunque, l’introduzione di un sistema che garantirà maggiore autonomia e indipendenza dei giudici, che rappresentano la vera garanzia per i cittadini essendo a loro (e solo a loro) rimessa la decisione sulla libertà personale e sulla colpevolezza.
Nessun rischio di salto nel buio, dunque, perché la riforma giunge all’esito di un lunghissimo percorso ed è oggi, non casualmente, “sposata” da numerosi esponenti politici ed esperti giuristi di sinistra oltre che da una larghissima parte della magistratura che rifugge dalle tesi della magistratura associata.
Non sarà un caso che proprio alcuni aspetti da te evidenziati fossero al centro del programma del PD alle scorse elezioni politiche, essendo da chiunque verificabile che a pagina 30 il partitone proponesse di “istituire con legge di revisione costituzionale un’Alta Corte competente a giudicare le impugnazioni sugli addebiti disciplinari dei magistrati e sulle nomine contestate”.
Tutti sanno anche che, sul finire della scorsa legislatura, la Serracchiani fosse impegnata a lavorare su un testo relativo alla separazione delle carriere dei magistrati non troppo distante da quello poi approvato dalla maggioranza attuale.
In Parlamento, il confronto non è affatto mancato, ma, più semplicemente, il PD ha deciso di cambiare verso per dar battaglia alla Meloni, presentando esclusivamamente emendamenti di tipo ostruzionistico.
Legittimo, certo.
Avv. Roberto Ricco
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