La straordinaria vittoria del “No” al referendum del 22 e 23 marzo ha fatto esultare i leader del centrosinistra. Dal PD al Movimento 5 Stelle, passando per AVS, nelle ore successive al voto il messaggio è stato uno solo: il governo è in difficoltà, il vento sta cambiando, la strada verso le prossime elezioni politiche sarebbe ormai segnata.
Sarebbe però un errore – forse il più grande errore possibile – credere che la vittoria del referendum possa automaticamente trasformarsi in una vittoria alle elezioni politiche tra circa un anno e mezzo.
Il referendum è una cosa, le elezioni politiche sono un’altra. Nei referendum si vota su un tema. Alle elezioni politiche si vota una classe dirigente, una leadership, una visione di Paese. Ed è proprio qui che il centrosinistra continua ad avere il suo vero problema: la leadership.
Elly Schlein è alla guida del PD da alcuni anni, ma non è riuscita a costruire una leadership nazionale capace di parlare a un Paese largo, produttivo, moderato. Ha consolidato un consenso interno e identitario, ma non ha costruito un profilo da presidente del Consiglio. Lo stesso vale per Giuseppe Conte: grande capacità comunicativa, ma difficoltà evidente a trasformarsi in leader di una coalizione larga e credibile di governo.
A questo si aggiunge un altro elemento che la sinistra continua a sottovalutare: l’insistenza su battaglie fortemente ideologiche che parlano molto a una minoranza attiva, ma irritano una parte consistente dell’elettorato. Non perché gli elettori siano “contro”, ma perché percepiscono una distanza tra quei temi e i problemi reali: stipendi, lavoro, sicurezza, imprese, sanità, casa.Ed è qui che sta l’equivoco che il referendum rischia di alimentare. La Meloni nel 2022 non ha vinto perché gli italiani sono diventati improvvisamente tutti di destra. Ha vinto perché era l’unico leader riconoscibile. Questa è la realtà, al di là di tutte le analisi politologiche.
Se davvero il mondo che non si riconosce nel centrodestra vuole provare a giocarsi la partita alle prossime politiche, deve fare una cosa che non ha ancora avuto il coraggio di fare: smettere di discutere di alleanze e iniziare a discutere di nomi. La politica italiana, piaccia o no, funziona ancora così: prima il leader, poi la coalizione.
Ma qui emerge un secondo problema: non basta trovare un leader, bisogna trovarne uno credibile. Perché la credibilità oggi non si costruisce nei talk show o sui social, ma nella percezione che le persone hanno di chi amministra e decide.
Lo stesso discorso, per motivi diversi, vale per Matteo Renzi. Piaccia o non piaccia, è uno dei pochi politici italiani con visione, rete internazionale e capacità strategica. Ma continua a scontare un problema di fiducia e di empatia in una parte del Paese.
E allora forse il centrosinistra, se vuole davvero tornare competitivo, deve smettere di cercare il leader perfetto dentro i partiti e iniziare a cercarlo anche fuori. Perché oggi il vero spartiacque non è più solo destra contro sinistra. È sistema contro anti-sistema. È Palazzo contro Paese reale.
Ed è per questo che figure come Nicola Gratteri, simbolo della lotta alla criminalità organizzata, amministratori civici come Silvia Salis, o personalità con credibilità economica e internazionale come Carlo Cottarelli, al di là delle idee politiche, hanno una forza che molti leader di partito non hanno più: non sono percepiti come parte del meccanismo politico tradizionale.
Su Nicola Gratteri molti obiettano che “le procure non devono andare al governo”.
C’è poi un’altra questione che il centrosinistra dovrebbe avere il coraggio di affrontare: le primarie. Negli ultimi vent’anni hanno spesso prodotto una cosa sola: leader indeboliti prima ancora di iniziare la campagna elettorale, correnti rafforzate, guerre interne e candidati bruciati nel giro di pochi mesi. Primarie aperte a tutti, dove votano anche elettori degli altri schieramenti, che finiscono per essere più uno strumento di lotta interna che di selezione della classe dirigente.
Se il centrosinistra vuole davvero tornare competitivo, deve fare tre cose semplici e difficilissime allo stesso tempo: scegliere una leadership vera, costruire un programma credibile sui temi economici e smettere di parlare solo a se stesso.
Altrimenti, anche dopo una grande vittoria referendaria, il rischio è sempre lo stesso: festeggiare a marzo e perdere le elezioni a settembre.
In Italia non vincono le coalizioni. Vincono i leader e oggi il vero problema del centrosinistra non è la Meloni è che, semplicemente, non ha ancora deciso chi vuole essere da grande.
B. Lazzari


