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Referendum, ha vinto l’Associazione nazionale magistrati

Referendum, ha vinto l’Associazione nazionale magistrati

L’avvocatura deve davvero essere fiera di se stessa. Perché è stata capace, ancora una volta, di sedere dalla parte del presunto torto


3 minuti di lettura

Breve riflessione a valle del referendum.

Chi ha vinto?

Non la destra. Alla quale riconosco la coerenza di aver portato avanti una buona riforma della giustizia penale nonostante l’immotivata opposizione della sinistra, ma che sembrerebbe aver fallito quando si è trattato di illustrare agli elettori moderati i veri contenuti, garantistici e innovativi, della stessa.

Non la sinistra. Che ha tradito il proprio miglior pensiero liberal per consegnare se stessa agli eredi di Beppe Grillo, alle piazze estremiste e violente e, soprattutto, all’Associazione nazionale magistrati, ancora una volta re-azionaria di fronte a qualunque ipotesi di riforma della giustizia penale destinata a metterne in discussione i diritti quesiti.

Non la cittadinanza. Che, in parte convinta di votare per difendere la Costituzione più bella del mondo, si è bruscamente risvegliata dall’illusione assistendo impotente a quelli che sono stati i frizzi e i lazzi di magistrati che, occupati palazzi pubblici per feste private, hanno brindato a champagne, saltellato cantando Bella ciao e Chi non salta la Meloni è e deriso pubblicamente una collega che aveva votato sì. 

Non la civiltà giuridica. Posto che, di fronte a cotali, imbarazzanti, siparietti, indecorosi, in primis, per chi riveste ruoli istituzionali che dovrebbero essere improntati, per loro natura, all'imparzialità, se il Colle ha serbato un rigoroso silenzio, l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati ha finanche chiosato affermando che sarebbero state comprensibili manifestazioni di giubilo e nulla più. 


Chi ha vinto dunque?

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Ha vinto l’Associazione nazionale magistrati. Che, già fattasi, da tempo, partito politico, ha incassato quella che, nella sua ottica, è stata un’importante legittimazione popolare della propria azione. Che ha vergato comunicati-stampa, nazionali e locali, degni di una vera e propria segreteria di partito, ove era dato leggere che il risultato referendario sarebbe un punto di partenza e che il voto popolare avrebbe confermato la bontà delle scelte magistratuali in materia di giustizia. 

Ove era dato leggere, in sostanza, che il re è nudo. Che, soprattutto post referendum, i magistrati che fanno politica si comportano e scrivono, come veri e propri politici. E che chi, l’ordine giudiziario, nella logica di Montesquieu, esiste(va) per applicare le leggi emanate dal potere legislativo, in Italia, si è fatto a sua volta potere, in quanto tale legittimato a scegliere in proprio, come se di Parlamento e non di ordine giudiziario, si trattasse.


Esattamente ciò che Montesquieu, prima e la Costituzione, dopo, recisamente escludevano che dovesse poter accadere, pena l’implosione su se stesso anche dello stesso modello costituzionale.

Dal mio punto di vista, però, hanno vinto anche gli avvocati penalisti.

In campo, in tutt’Italia, per illustrare, nel merito, una buona riforma della giustizia penale e per spiegare alla cittadinanza tutta, di destra e di sinistra, che, in questo paese, oggettivamente, esiste un serio problema “magistrati che fanno politica”.


A conti fatti e come già osservato in altra sede, credo che l’avvocatura debba davvero essere fiera di se stessa. Perché è stata capace, ancora una volta, di sedere dalla parte del presunto torto quando tutti i posti dalla parte della presunta ragione erano già occupati per parlare di errori giudiziari e della necessità di ammodernare la giustizia penale italiana, ancora ancorata alle scelte ordinamentali che furono e che, qui giunti, si appalesano anacronistiche e pericolose. È stata, per l’avvocatura penalista, un’importante occasione di riflessione con la cittadinanza e per la cittadinanza.

Che ci deve rendere orgogliosi. E consapevoli del fatto che, come avvocati penalisti, dovremo essere in campo anche nell’immediato futuro.

Per continuare ad illustrare alla cittadinanza le ragioni che, a prescindere dall’esito referendario, dovranno infine condurre alla necessaria riforma di una giustizia penale imperfetta, che sovente sbaglia, disintegrando vite vere di persone vere.


Nonché per continuare a chiarire che non è la magistratura il problema, posto che la magistratura rappresenta la spina dorsale della democrazia, ma la magistratura che fa politica, che rappresenta, oggettivamente, il cancro del sistema.

Un cancro sul quale è nostro dovere di avvocati penalisti focalizzare l’attenzione anche nell’immediato futuro.

Continuando a denunciare l’inaccettabile. Nella speranza che le cose possano infine cambiare. Perché in gioco, purtroppo, non ci sono i giochini destra-sinistra cari alla politica partitica, ma ci sono i diritti di libertà di tutti i cittadini che del processo penale si trovino, loro malgrado, ad essere protagonisti o comprimari.

Guido Sola

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Laureato in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Dottore di ricerca in Scienze penalistiche presso l’Università degli Studi di Trieste. Già assegnista di ri...   

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