Gentile Direttore,
oggi ho letto, sulle Sue pagine, l’intervento dell’amico e collega Guido Sola, che mi offre l’occasione per sviluppare un ragionamento. L’avvocato Sola si interroga su chi abbia vinto e chi abbia perso. Personalmente preferisco provare a trarre dal voto un’indicazione operativa dal referendum.
Mi pare che si sia chiusa una fase, non solo referendaria, e che se ne apra un’altra.
Oggi risulta definitivamente acquisto il dato metodologico, che Giuseppe Dossetti segnalava fin dal 1994, e che trova conferma nei voti referendari: gli elettori hanno sempre respinto riforme percepite come disomogenee e non ampiamente condivise, quindi non vogliono riforme costituzionali 'di parte'.
Questo dato va interiorizzato, assunto ormai come postulato di partenza di ogni futura possibile discussione. I referendum costituzionali degli ultimi vent’anni – 2006, 2016, 2026 – che sembrano ormai scandire con cadenza quasi decennale il rapporto tra riforme e consenso popolare, ci hanno consegnato una linea chiara: no a riforme costruite a maggioranza, no a riforme che portino a quesiti disomogenei, no a riforme dove il governo se la intesti politicamente.
Sì a riforme omogenee e sostenute da un consenso ampio. Le prime non passano, le seconde si.
Infatti non è vero,come alcuni sostengono, che la riforma costituzionale sia impossibile: quando questo metodo viene seguito, i risultati arrivano.
Lo dimostrano alcune recenti revisioni costituzionali approvate con larga convergenza parlamentare. Penso, ad esempio, all’introduzione del valore dello sport in Costituzione, che ha visto tra i promotori un grande sportivo, oltre che amico e stimato parlamentare, Mauro Berruto, e alla riforma sulla tutela degli animali, anch’essa frutto di un lavoro ampiamente trasversale. Questo significa che, quando lo vogliono, i partiti sanno dialogare e trovare sintesi, anche – ma non solo – quando si tratta di intervenire sulla Costituzione.Non mi pare, invece, che il Governo abbia colto fino in fondo la portata delle proprie responsabilità politiche su questa delicata e importante vicenda. Scaricare tutto sugli “impresentabili”, pur necessari da rimuovere, e rimossi, non risponde alla necessità di assunzione di responsabilità politica di questa debacle, visto che il governo ha promosso la legge di riforma, l'ha blindata e ha fatto campagna referendaria diretta. Peraltro le pulizie primaverili delle seconde file dell'esecutivo non bastano nemmeno a risolvere l'inefficacia complessiva dell’azione di governo e sulla qualità delle scelte compiute. Si pensi all'allarme recessione denunciata anche da Confindustria e la totale incapacità di promuovere lo sviluppo economico da parte del ministro Urso.
Ma non voglio allargare eccessivamente il discorso, ritorno al tema della giustizia. La domanda che pongo non riguarda solo la politica, ma può essere rivolta in pari grado all'avvocatura: saremo in grado di cogliere questo passaggio? Saremo capaci di contribuire a una stagione di riforme della giustizia fondata su metodo, equilibrio e condivisione? Trovare il modo per arrivare a far sì che il Parlamento riconosca in maniera ampia e trasversale che la funzione giurisdizionale si esercita nel processo attraverso tutti i suoi protagonisti – magistratura giudicante, magistratura requirente e avvocatura – ciascuno nel proprio ruolo, ma dentro un equilibrio che va custodito/costruito con l'amore e la dedizione che si deve alla funzione più alta che può esservi, cioè la ricerca della verità e della giustizia nell'interesse e nel nome del popolo italiano?
Sapremo, da domani, anzi già da oggi, formulare proposte capaci di essere puntuali, trasversali e ampiamente condivise, attraverso un dialogo bipartisan che non sia solo culturale, ma anche capace di mediare politicamente per arrivare a segnare un punto e un passo avanti nella stagione delle riforme?
Io temo che se non partiamo da questa domanda,
Coraggio e avanti.
Luca Barbari
(1).jpg)

