Lentezza dei processi, incertezza delle decisioni e percezione di scarsa responsabilità interna alla magistratura rappresentano criticità note da tempo, che hanno alimentato una domanda diffusa di riforma. In questo quadro, la riforma Nordio si propone come strumento di intervento su alcuni nodi strutturali. Tuttavia modificare in modo selettivo, peraltro senza toccare nodi cruciali a partire dalla lentezza dei processi, può produrre effetti non pienamente prevedibili.
I quesiti referendari incidono su ambiti sensibili, tra cui la valutazione dei magistrati, la separazione delle funzioni e la scelta dei componenti del doppio (o meglio triplo) Csm. Si tratta di temi tecnici, che richiederebbero interventi organici e coordinati, ad esempio, intervenire sulla valutazione dei magistrati senza una riforma complessiva del sistema disciplinare rischia di produrre una arbitrarietà dei meccanismi di controllo, anziché un loro rafforzamento.
Analoga complessità riguarda la questione della separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri. Pur essendo teoricamente condivisibile l’obiettivo di rafforzare l’imparzialità del giudice, la modifica parziale di norme esistenti potrebbe generare squilibri nell’organizzazione degli uffici giudiziari, senza garantire un effettivo miglioramento della qualità del processo. Non solo, schiacciando la figura del Pm sulla funzione prettamente accusatoria, lo si sgrava dal ruolo di 'ricercatore della giustizia' nell'interesse pubblico, anche quando questa ricerca dovesse portare a una assoluzione dell'imputato. Insomma, il rischio è quello di intervenire su singoli ingranaggi senza una visione sistemica, compromettendo l’equilibrio complessivo e togliendo garanzie ai cittadini, invece di aggiungerne.
In questo scenario, al di là della bagarre politica e di improbabili testimonial che finiscono per promuove esattamente la tesi opposta rispetto alle loro intenzioni, il referendum appare come una risposta a un bisogno reale di cambiamento, ma allo stesso tempo come uno strumento inadeguato a governare la complessità della materia. Il rischio di un 'salto nel buio' deriva proprio dalla difficoltà di prevedere gli effetti sistemici delle modifiche proposte, in assenza di un disegno riformatore complessivo.
Ciò non significa negare la necessità di intervenire. Al contrario, il sistema giustizia italiano necessita di riforme profonde, tuttavia, tali riforme dovrebbero essere il risultato di un processo legislativo articolato, fondato su analisi tecniche, confronto istituzionale e valutazione degli impatti.
Ma la giustizia non è materia che si presta facilmente alla semplificazione e in assenza di una visione complessiva, il rischio è che l’intervento produca effetti contrari a quelli desiderati, aprendo una fase di incertezza anziché di rinnovamento. Perchè - per citare il presidente del Consiglio Meloni - questa riforma, nel caso passasse, resterà indipendente dal colore politico del Governo in carica e inaugurerà scenari in parte imprevedibili. Per dirla con una battuta: è vero che oggi i meccanismi della Giustizia non funzionano bene, ma non è affatto vero che peggio di così non può andare...
Giuseppe Leonelli
Foto Governo.it

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