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Remigrazione, ecco perchè quel decalogo è non solo discutibile, ma fasullo

Remigrazione, ecco perchè quel decalogo è non solo discutibile, ma fasullo

Dal punto di vista giuridico e amministrativo, la proposta non sta in piedi. Ordinamento italiano e europeo già prevede strumenti per contrasto all’immigrazione


4 minuti di lettura

Gentile Direttore,

ho letto con attenzione l’articolo dedicato al cosiddetto “decalogo della remigrazione” e alla proposta di legge di iniziativa popolare che ne vorrebbe tradurre i contenuti in norma. 

Credo sia doveroso, nel dibattito pubblico, spiegare perché queste idee non siano soltanto discutibili sul piano valoriale, ma fasulle e impraticabili sul piano concreto, oltre che profondamente dannose per la società nel suo complesso.

Dal punto di vista giuridico e amministrativo, la proposta non sta in piedi. L’ordinamento italiano ed europeo già prevede strumenti per il contrasto all’immigrazione irregolare, per le espulsioni e per il rimpatrio volontario assistito. Il problema reale non è l’assenza di norme, ma la loro complessità applicativa, i costi elevati, la necessità di accordi bilaterali con i Paesi di origine e i limiti posti dal diritto costituzionale e internazionale. Parlare di espulsioni di massa o di “remigrazione” come soluzione generale significa ignorare deliberatamente la realtà dello Stato e della sua amministrazione, offrendo ai cittadini una semplificazione che non può essere realizzata.

Colpisce, inoltre, che chi afferma di voler “difendere la Costituzione” sembri dimenticare che la nostra Carta, all’articolo 35, tutela il lavoro “in tutte le sue forme” e anche il diritto di emigrare.
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Un Repubblica fondata sul lavoro riconosce l'emigrazione come diritto, cioè di poter partire, come di poter fare ritorno, di costruire percorsi di vita, di lavoro e di integrazione. Pensare a rimpatri o remigrazioni forzate è lontanissimo da questa idea. 

Ridurre l’immigrazione a problema da espellere, è l’esatto contrario dell dettato costituzionale.

Anche sul piano economico e sociale, queste proposte risultano irrealistiche e anzi dannose. Interi settori dell’economia italiana – dall’agricoltura alla manifattura, dai servizi alla persona alla logistica – si reggono oggi anche sul lavoro di cittadini stranieri regolarmente residenti. Pensare di ridurne drasticamente la presenza senza affrontare il tema del lavoro, della previdenza, dei servizi e dell’invecchiamento della popolazione significa non avere alcuna visione reale del funzionamento della società.

Il punto più contraddittorio emerge poi sul tema della denatalità e del declino demografico, una delle principali emergenze del Paese. L’Italia registra da anni uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa e una progressiva riduzione della popolazione attiva. Questo problema non si risolve individuando capri espiatori, ma investendo su lavoro stabile, salari dignitosi, politiche abitative, servizi educativi e sostegno alle famiglie. Utilizzare la demografia per giustificare politiche di esclusione è fuorviante: non risolve il problema, lo aggrava.

Su questi temi, un mese fa, presso il Centro Culturale Francesco Luigi Ferrari, si è tenuto un importante incontro pubblico con le consigliere regionali Ugolini e Ferrari, che in Regione Emilia-Romagna seguono i lavori dell’intergruppo sulla demografia.
Dal confronto sono emersi con chiarezza i nodi reali: il ruolo dei ricongiungimenti familiari come fattore di stabilità; politiche abitative che evitino la ghettizzazione; una scuola che accompagni i percorsi di inclusione; investimenti sulla formazione e sul capitale umano; politiche di sicurezza fondate sul presidio e sulla prevenzione, non sulla propaganda. È questa l’idea di inclusione evoluta che consente di governare il fenomeno, non di negarlo.

In questo quadro, non può non colpire una certa fascinazione che alcuni ambienti mostrano per le prese di posizione di Elon Musk, che a più riprese ha richiamato l’attenzione sulla crisi demografica italiana. Viene da sorridere – amaramente – se si considera che queste riflessioni arrivano da uno degli esponenti più influenti di una delle democrazie più forti e più multiculturali del mondo, almeno fino alla stagione politica inaugurata da Trump. 

Un'altra ragione per cui risulta errata la proposta re migratoria è che il nostro Paese ha già ampiamente sperimentato l’approccio repressivo: dalla Bossi-Fini, ai decreti Salvini, fino alle politiche attuali del governo Meloni. Tutte operazioni che sono sotto gli occhi di tutti: non hanno funzionato, non stanno funzionando.
Non perché manchi la durezza delle norme, ma perché il fenomeno migratorio è un dato storico, strutturale, che non si può cancellare scrivendo una riga di legge. Può solo essere capito, gestito e governato.

È lo stesso approccio che dovremmo adottare di fronte a fenomeni complessi come l’intelligenza artificiale o i social network: esistono, ci piaccia o no. Possono essere compresi, regolati, orientati; se invece vengono semplicemente demonizzati o negati, se ne viene travolti.

L’idea della “remigrazione” appare allora per quello che è: una proposta nostalgica, figlia di una retorica dei “bei tempi andati”, i tempi in cui milioni di italiani emigravano per lavorare nelle miniere dell’Europa più ricca o partivano per le Americhe in cerca di un futuro. Erano davvero tempi migliori? O erano tempi duri, segnati da sfruttamento, separazioni familiari e assenza di diritti, che oggi nessuno vorrebbe rivivere?

Il dibattito sull’immigrazione è legittimo e necessario. Ma merita serietà, responsabilità e una visione di lungo periodo. Non slogan ideologici che cavalcano le paure e i disagi promettendo ciò che non può essere realizzato e che avvelenano il clima civile e sociale del Paese.

Cordiali saluti

Luca Barbari

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