Cosa dovrebbe legare tra loro, riducendoli ad unità, i vari aspetti propri della giustizia?La domanda, difficile, merita invero una risposta facile: la dignità delle persone.A differenza della dea bendata con spada e bilancia, metafisica per definizione - come metafisico solo può essere ciò che è iconografico -, la giustizia dell’uomo è realtà.Non è verità - esiste la verità o esistono le verità? -. Ma certamente è realtà.Una realtà che, piaccia o meno, è sovente destinata ad impattare, spesso violentemente, sulle vite di chi del processo penale si trovi ad essere protagonista e/o comprimario.Una realtà che sovente ciò fa senza chiedere ‘troppi’ permessi, ipotecando futuri che s’immaginavano diversi e obbligando ad impegnare tempo e risorse - importanti, anche dal punto di vista economico - nella direzione imposta.La giustizia dell’uomo, a conti fatti, non s’occupa di principi astratti, ma di fatti concreti. Di vite vere di persone vere. Baricentro delle quali è e deve (comunque) essere la dignità. Ora: cosa priva maggiormente della propria dignità una persona d’una giustizia ingiusta? La domanda mi risuona costantemente nella mente soprattutto in queste ore, ‘cosi’ monopolizzate dal dibattito in materia di separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri.Colpisce, in ispecie, il fatto che, tra i
detrattori della riforma, vi sia chi ha degradato la stessa a ‘riformetta’ non in grado d’incidere sulla cronologia - irragionevole durata - del processo penale e, dunque, in ultima analisi, sull’efficienza della giustizia.Ma cosa s’intende - cosa si deve intendere - quando si ragiona d’efficienza e giustizia? Efficiente è solo la giustizia ‘veloce’? Chi di noi, ingiustamente condannato già domani nell’ambito di processo penale che iniziasse oggi, sarebbe disponibile a considerare per questo solo efficiente una giustizia che, (pur) veloce, velocemente avrebbe sbagliato? Il punto, a conti fatti, è esattamente questo. ‘Cianciamo’ spesso di giustizia. Ma ci dimentichiamo altrettanto spesso che la giustizia dell’uomo s’occupa di vite vere di persone vere. Baricentro delle quali - ripeto- è e deve (comunque) essere la dignità.Se ci ricordassimo di ciò, non degraderemmo l’efficienza della giustizia a mero sinonimo di velocità della stessa. Perché una giustizia che, (pur) veloce, velocemente sbagliasse, non potrebbe certamente essere considerata giusta e, dunque, in ultima analisi, efficiente.Consegnando alla giustizia la figura d’un futuro giudice più distinto e più distante dal pubblico ministero e, dunque, la figura d’un futuro giudice più terzo e più imparziale d’oggi, la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri è riforma oggettivamente destinata ad incidere in primis sulla giustizia della giustizia.
Ma incidere sulla giustizia della giustizia, rendendo più giusta una giustizia, quella dell’uomo, sovente fallace, significa anche e soprattutto rendere la giustizia più efficiente. Perchè nell’errore - in quello che troppo spesso disintegra vite vere di persone vere -, oggettivamente, non c’è, né ci può essere, efficienza alcuna.
Guido Sola