Durante questo weekend, i telegiornali hanno dato ampio spazio alla rivolta di Hong Kong, con un accento più o meno evidente, a seconda dell’orientamento politico della testata, sul fatto che da un lato sfilano per le strade inermi cittadini e dall’altro ci sono i tutori dell’ordine pubblico con le mani che “prudono”. Siccome chi protesta è sceso in piazza indossando una mascherina di quelle che ormai in Cina fanno parte degli accessori usuali, considerata l’incidenza dello smog, il Governo Centrale ha stabilito che durante le manifestazioni sarà vietato tutto ciò che può nascondere il volto. La ragione di questo divieto è semplice da comprendere: la Cina è dotata di software di riconoscimento fisionomico tra i più avanzati al mondo (il controllo dei cittadini è una caratteristica delle dittature fin dai tempi di Hitler e Mussolini). Una macchina fotografica o una telecamera di sorveglianza inquadra un volto e in pochi secondi la Polizia sa tutto della persona ripresa; domani andrà a bussare alla sua porta. Se invece il manifestante contravviene all’ordinanza, finisce in prigione oggi stesso (sono già circa 700 le persone rinchiuse).
La legge, scovata per giustificare questa decisione, risale all’epoca coloniale e permette al Chief Executive, il leader di Hong Kong, di “introdurre qualsiasi regolamento che ritenga desiderabile nel pubblico interesse” nel caso di “emergenza o pericolo pubblico”.
E così si è sancito il provvedimento con lo sberleffo, perché a scrivere questa legge è stata la democratica e civile Inghilterra, non i comunisti di Mao.
A questo punto, è bene ricordare perché sono iniziate le proteste. I cortei per le strade di Hong Kong hanno avuto inizio a giugno in opposizione a un disegno di legge che avrebbe permesso al governo di estradare persone nella Cina continentale e là processarle. Le sirene d’allarme hanno superato il frastuono dell’ex colonia britannica: in questo modo, chi critica o si oppone in qualche modo al governo sarà processato lontano da telecamere e giornalisti occidentali. Questo “reato”, che appartiene alla sezione “alto tradimento” è punito anche con la morte. Naturalmente, non si riesce ad avere dati precisi sulle esecuzioni capitali, ma dal 1998 al 2001, durante la campagna “colpire duro” per i fatti di Piazza Tiennamen, pare siano state giustiziate 60.000 persone, ovvero 15.000 all’anno.
Pechino s’era impegnata a rispettare per 50 anni una sorta di autonomia e diversità per Hong Kong, dalla restituzione dell’Inghilterra alla Cina nel 1997, con lo slogan “Un Paese, due sistemi”.
Come andrà a finire? È evidente che il governo vorrebbe ristabilire l’ordine e “mettere al sicuro la rivoluzione” con la forza, replicando ciò che accadde a Tienanmen. Infatti, i toni di Pechino si sono fatti molto minacciosi, con accuse rivolte ad alcuni Stati stranieri (gli Stati Uniti in testa) e concentrazione di forze paramilitari a Shenzhen.
Il rischio è che i tanti giovani rivoltosi siano abbandonati, non facciano più notizia e ancora una volta vinca l’indifferenza, l’ipocrisia di quelli che pensano solo ai loro affari o, peggio ancora, non osano schierarsi contro l’emblema di una ideologia alla quale hanno creduto o credono ancora.
Massimo Carpegna

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