In compenso, venerdì 20 settembre il segretario alla difesa americano Mark Esper ha annunciato l'invio di truppe americane e sistemi di difesa aerea per rafforzare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, alleati degli Stati Uniti minacciati dall'Iran. Il generale Joseph Dunford, capo dello Stato maggiore congiunto, pur ribadendo che i dettagli del piano di rafforzamento militare devono ancora essere definiti, ha rivelato che gli Stati Uniti manderanno in Medio Oriente qualche centinaio di soldati, meno di mille in ogni caso.
Non si sa ancora con certezza chi abbia eseguito gli attacchi di sabato 14 settembre che hanno colpito il giacimento di Khurais e la raffineria di Abqaiq, nell'est dell'Arabia Saudita. Inizialmente rivendicati dai miliziani di Ansar Allah, i cosiddetti Houthi – gruppo ribelle che controlla Sana'a, capitale dello Yemen, e contro cui l'Arabia Saudita sta combattendo una sanguinosissima quanto ignorata guerra da oltre quattro anni – Stati Uniti e Arabia Saudita hanno invece addossato la colpa all'Iran.
La Repubblica Islamica, che ha ovviamente rifiutato ogni accusa di coinvolgimento, ha intimato che in caso di attacco contro il territorio iraniano scoppierebbe una “guerra totale” e che gli Stati aggressori verrebbero distrutti.
Al momento nessuno, a parole, sembra volere la guerra. L'Arabia Saudita prende tempo. Riad ha detto che prenderà una decisione sul da farsi dopo che le indagini verranno completate. Gli Stati Uniti vogliono una risoluzione pacifica della crisi e non sono disposti a sobbarcarsi la maggior parte dei costi di una guerra che è innanzitutto affare di Riad. La postura americana sarebbe certamente diversa se negli attacchi di sabato 14 settembre fossero morti dei soldati americani. Tuttavia bisogna anche dire che, se vuole rendere credibile il suo ruolo in Medio Oriente, Washington non può abbandonare i suoi alleati a se stessi.
Il presidente Donald Trump non sembra disposto a far scoppiare una grande guerra nel Medio Oriente quando manca un anno alle decisive elezioni del 2020. D'altro canto il tycoon ha sempre detto di voler ridurre l'impegno militare americano nel mondo. Sebbene favorevole a una risoluzione pacifica della crisi, il presidente americano ha ordinato nuove, dure sanzioni contro la banca centrale iraniana.
Pure l'Iran vuole mantenere la pace attraverso la cooperazione.
Il piano, di cui sono ancora sconosciuti i dettagli, mira, attraverso la cooperazione tra l'Iran e altri paesi della regione, a garantire la sicurezza nel golfo Persico e nel mare dell'Oman, superfici marittime che nei mesi scorsi hanno testimoniato diversi attacchi contro navi petroliere.
Rohani ha provocato gli Stati Uniti, affermando che la presenza di truppe straniere nella regione mette a rischio le rotte attraverso cui passa il petrolio.
Al momento tutti prendono tempo e nessuno sembra volere lo scoppio di una guerra. Per ora l'unica affermazione certa che si può fare è che l'Arabia Saudita è l'attore il cui status è stato maggiormente screditato nell'ambito di questa crisi. Per intederci, a prescindere che sia stato l'Iran o i ribelli yemeniti, gli attacchi di sabato 14 settembre hanno palesato tutte le carenze militari in termini difensivi del regno dei Saud. Inoltre, negli ultimi giorni, Riad ha dimostrato di dipendere ancora tanto, forse troppo, dalle garanzie americane in termini di sicurezza. È improbabile che i sauditi si lancino in una guerra aperta contro gli iraniani senza l'appoggio americano.
Massimiliano Palladini

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