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Lo Sproloquio di Sandrone, il problema non è il dialetto ma le battute che non fanno ridere

Lo Sproloquio di Sandrone, il problema non è il dialetto ma le battute che non fanno ridere
Lo Sproloquio di Sandrone, il problema non è il dialetto ma le battute che non fanno ridere

Ci ritroviamo ogni carnevale con uno sproloquio che sa di stantio, di cantine piene di zavaj che non vengono mai buttati via ma che non servono più...

Ci ritroviamo ogni carnevale con uno sproloquio che sa di stantio, di cantine piene di zavaj che non vengono mai buttati via ma che non servono più...


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Ne ha ben donde il sindaco Mezzetti a chiedersi quanti a Modena capiscano ancora il dialetto, ma la vera stoccata, sarebbe stata se avesse chiesto «Ma Sandrone fa ancora ridere?».

Nella mia vita, siccome quando frequentavo Modena ero uno di quelli “venuti giù con la piena”, di sproloqui del giovedì grasso ne ho visto dal vivo uno soltanto, e siccome ci tenevo a far vedere quel pezzo di modenesità ai miei compagni di studi, per lo più meridionali; rimasi profondamente deluso da un discorso che di divertente aveva poco, era parlato in un dialetto, oserei dire, secolarizzato; e con una cadenza lagnosa. Il mio compianto professore di lettere diceva che i modenesi hanno la “gnagna” cioè quel modo di parlare lento e per l’appunto lagnoso, e che più si va verso la bassa più si accentua, a differenza dei montanari che hanno le vocali più strette e la parlata più spigolosa.

Terminata questa piccola digressione fonetica, torniamo allo sproloquio e torniamo al dialetto. Sulle colonne di questo giornale, spesso si fa riferimento all’immobilità della sistema modenese. Ecco, lo sproloquio di Sandrone ne è l’emblema: fine a se stesso, poco o per nulla divertente, incomprensibile ai più.

E dire che a Modena non mancherebbero le alternative per svecchiare un po’ non solo il giovedì grasso, ma anche la cultura della tradizione qualsiasi cosa questa significhi.
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Andando indietro nel tempo, nella defunta Modena Radio City, Stefano Piccagliani aveva lanciato un format, intitolato “l’è trent an c’a stag a Modna” ed era una piccola finestra mattutina, dove lo stesso “Picca” impersonava un improbabile trapiantato meridionale che, per l’appunto, abitando a Modena da trent’anni, parlava un dialetto un po’ strascicato, come il vampiro di Aldo Giovanni e Giacomo in “Tre uomini e una gamba”.

A Fiorano Modenese, da diversi anni organizzano “Andam a vegg” che è una sorta di talk show teatrale, incentrato sulla cultura popolare. In due occasioni a cui ho assistito c’erano Gino Andreoli e Ivan Cattini degli 8mani, un gruppo di teatro d’improvvisazione piuttosto conosciuto a Modena e non solo. Ebbene i due attori, a più riprese hanno recitato anche in dialetto, ma un dialetto che risultava comprensibile, e quindi divertente anche per chi modenese non era.

Su Youtube, da diversi anni sono presenti “Me e Te Production” che fanno parodie doppiando in modenese spezzoni di film, cartoni animati e quant’altro e dando così una ventata di aria fresca al concetto di modenesità in chiave comica.
Poi son tutte cose che possono piacere o non piacere, ma si va al di fuori della staticità della famiglia pavironica che mi pare tutt’altro dell’evento più atteso dai modenesi.

Va anche detto che, sul fronte linguistico, sarebbe utile alternare italiano e dialetto, magari svolgendo una funzione didattica che avrebbe anche la funzione di integrare. Del resto se tramite la tv, al di fuori della Romagna, grazie a comici come Giacobazzi o Cevoli, gli italiani hanno appreso i molteplici significati della parola “patacca” in chiave romagnola, perché in piccolo non lo si può fare a Modena per le nuove generazioni di modenesi?

Anche sul fronte satira, a rileggere l’ultimo sproloquio, dove sono le battute e l’irriverenza? Non si pretende che Sandrone faccia stand up comedy, ma per lo meno se si mette a parlare di buche ci permettiamo di suggerire che «a gh'en di fóss in strèda, mo anca i fundamènt, quand a 'gh è da buś menga ischerzà» che tradotto sarebbe ci sono le buche per strada, ma anche le fondazioni, quando ci sono dei buchi mica scherzano e chi vuol capire capisca. Qua invece, pur toccando tutti i temi sensibili ai modenesi, dai rifiuti alla sicurezza, l’impressione è che Sandrone abbia sfogliato i quotidiani locali per poi fare un riassunto di ciò che i modenesi già sapevano.
E se Sgorghiguelo voleva fare una battuta a tema sportivo, poteva tirar fuori la querelle tra Modena Volley e Volley Modena, giocando magari sui nomi delle squadre, per la gestione del Palapanini, magari dicendo che «I n àn vû che 'l ragàsi al zughessn al Palapanini, parché almeno quest'ann i n vulìvn mìa ch'ai fus dèinter na squèdra che la pèrd sèimper», e pazienza se qualcuno si fosse offeso, è carnevale!

E invece niente, nonostante da trent’anni abbiamo i Modena City Ramblers che han dimostrato che il dialetto non è solo ricordo della lingua dei nonni (peraltro di fatto scomparsa) ma può essere molto moderno anche in chiave artistica, ci ritroviamo ogni carnevale con uno sproloquio che sa di stantio, di cantine piene di zavaj che non vengono mai buttati via ma che non servono più.

Stefano Bonacorsi


P.s.: per gli amanti del dialetto consiglio due artisti che lo usano anche se, ahimé, non sono modenesi ma reggiani. Su Spotify o su Youtube potete trovare le canzoni di Marco J Mammi, bluesman reggiano che canta con i testi in dialetto. Restando invece ai Modena City Ramblers, due loro componenti, i fratelli Leonardo e Riccardo Sgavetti, di recente hanno pubblicato il disco “Acsè” con testi in dialetto ma suoni che guardano all’America. Molto interessanti anche i loro lavori Americarsan e Dylanarsan, che potete trovare sul sito di Esagono Dischi, e che dove traducono le canzoni di Bob Dylan, Bruce Springsteen e altri cantanti americani in dialetto reggiano. Buon ascolto.

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Modenese nel senso di montanaro, laureato in giurisprudenza, imprenditore artigiano, corrispondente, blogger e, più raramente, performer. Di fede cristiana, mi piace dire che sono quello che leggi....   

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