C’è un luogo, al secondo piano della Salaborsa, dove il tempo ha smesso di essere una linea retta per farsi spartito. Salendo lo scalone monumentale di quella che è l'anima pulsante di Bologna, ci si ritrova immersi nella Sala della Musica. Inaugurato il 21 giugno 2021, questo spazio non è una celebrazione polverosa del passato, ma un percorso unico in Italia che sceglie il 1945 — l’anno della Liberazione — come suo 'anno zero' simbolico.
Attraverso il resoconto del quinto anniversario del progetto, Riccardo Negrelli, musicista, esperto di storia della popular music e co-curatore del percorso espositivo permanente, ha descritto come questo spazio sia nato per celebrare oltre 75 anni di creatività territoriale, superando le difficoltà poste dalla pandemia per diventare un luogo di passaggio aperto a tutti. Ha evidenziato la natura di Bologna come crocevia artistico, valorizzando il contributo di numerosi tecnici, fotografi e musicisti, tra cui figure di rilievo come Lucio Dalla, Roberto Roversi e i fratelli Maggi. Il titolo scelto per l’evento Take Five, richiama il celebre brano di Dave Brubeck (che proprio a Bologna, nel 1959, si esibì al Teatro Duse con Paul Desmond, Joe Morello e Gene Wright).
Negrelli, ha ripercorso la storia e l'impatto culturale della Sala della Musica in un pomeriggio pieno di aneddoti, ricordi, nomi che hanno risuonato senza griglie o divisioni, tra generi e tempi.
La Sala della Musica è un racconto in divenire che attraversa 75 anni di storia, trasformando la curiosità di chi passa tra gli scaffali della biblioteca in un’esperienza sensoriale. È la risposta di Bologna alla necessità di una memoria viva, un luogo dove la cronaca urbana si eleva a narrazione filosofica, ricordandoci che questa città non si limita a ospitare la musica: essa è musica. Non a caso rifiuta con forza la rigidità museale. La sua collocazione in Salaborsa è un atto di democrazia culturale: un luogo di passaggio che deve essere 'attraversato' dai cittadini, esattamente come la 'Piazza Coperta' sottostante. Non è un’isola separata, ma in connessione sia con gli altri spazi di Salaborsa che con il Museo della Musica di Strada Maggiore, a sottolineare la continuità profonda tra la modernità e la storia custodita in quel Museo. Laddove il museo tradizionale si ferma agli anni '30 con l’eredità di Ottorino Respighi, la Sala della Musica riprende il filo del discorso dal 1945, sanando quel vuoto temporale.L’idea originaria nacque tra i fumi della Cantina Bentivoglio, da un pensiero libero di Paolo Fresu.
'Sono felice che la Sala della Musica di Bologna compia gli anni e che cresca di giorno in giorno. Perché essendo per vocazione un luogo in dinamico divenire, diventerà adulta come la musica che anima e attraversa la città.' — Paolo Fresu.
Un censimento di qualche anno fa rilevò ben 1.123 band in città: una massa caotica e 'sgangherata' di creatività che non ha eguali in Italia. Eppure mancavano le infrastrutture di Milano o Roma, e un incredibile surplus di talento umano per decenni si è trovato a operare in un vuoto industriale. Ma poi nacque la Fonoprint in un appartamento di Via Schiavonia, un’industria nata dal basso che ha spinto giganti come Lucio Dalla e Gianni Morandi a tornare a casa, attratti da quel DNA di libertà che risale al Liber Paradisus.
Dietro i suoni cristallini che hanno fatto la storia della discografia italiana, c’è un’umanità fatta di gesti semplici e profumi di cucina.
dei Nomadi, e Maurizio, ospiti in Sala della Musica con Fio Zanotti e Janna Carioli per un incontro che indagava i rapporti di Bologna con il resto del territorio, in questo caso Modena. Nel loro Umbi Studio, tra i crediti dei dischi, compariva spesso un ringraziamento speciale a 'Mamma Disco', soprannome della madre dei fratelli Maggi. Mentre i tecnici cercavano la perfezione sonora, lei accoglieva i musicisti con crescentine, tigelle e piatti di tagliatelle. Questa è l'essenza stessa della musica a Bologna e in Emilia-Romagna: l'arte non è mai disgiunta dalla relazione umana. Lo studio di registrazione diventa un'estensione della casa, e la tecnologia si piega al calore dell’ospitalità.
Bologna ha saputo usare il sorriso come un’arma d’avanguardia. La figura di Roberto 'Freak' Antoni e degli Skiantos è centrale per comprendere il 1977. Definire la loro musica semplicemente 'demenziale' è un errore prospettico: l'ironia era l'unica chiave sostenibile per contrastare la rigidità ideologica di quegli anni di piombo.
Era una provocazione necessaria per 'svegliare' un pubblico senza memoria. Ma dietro la maschera del provocatore batteva un cuore colto e tormentato. Dopo la sua scomparsa, sua figlia Margherita trovò nel suo portafoglio un biglietto con una citazione dal sapore biblico, tratta dal Libro di Giobbe: 'Parlerò nell'angoscia del mio spirito, mi lamenterò nell'amarezza del mio cuore'. Una testimonianza bruciante di come la 'demenzialità' fosse, in realtà, un linguaggio d'avanguardia per dare forma a un'inquietudine profonda e intellettuale.
Il percorso della Sala della Musica ci insegna che la sensibilità artistica è una lotta quotidiana contro la distrazione. Questa verità brilla negli occhi di Francesco Veronesi, classe 1935. Studente di Leonildo Marcheselli — il padre della 'Filuzzi', il liscio alla bolognese — Veronesi è tornato a esibirsi a 88 anni dopo tre decenni di assenza dalle scene pubbliche.
Nonostante il silenzio dei riflettori, Francesco non aveva mai smesso di studiare, di scrivere spartiti e di curare il proprio strumento con lo spirito di un bambino. Prima di accettare di suonare in Sala della Musica, si preoccupò solo di una cosa: 'Se devo studiare, non posso andare a potare le viti, o mi faranno male le mani'. È la 'leggerezza' di cui parlava Morandi quando cantava 'Tu non sai che peso ha questa musica leggera': un impegno assoluto verso la propria arte, capace di trasmettere quella tradizione popolare che dalle balere di periferia arriva fino ai portici del centro, passando per il 'Treno della Barca' della mostra “Jazz in BO”..
Proteggere la sensibilità artistica oggi significa difenderla dall'invasione del rumore digitale e dalla distrazione della quotidianità. La Sala della Musica non espone solo cimeli; dimostra che la dignità dell'artista non risiede nel 'possedere' successo, ma nella sua 'Dignità dell'essere'. L'artista non ha dignità: egli è dignità nel momento in cui si espone, offrendo agli altri gli strumenti per comprendere l'indicibile.
Se la musica bolognese ha una missione, è quella di trasformare ciò che è terribile in qualcosa di accogliente, un seme che germoglia nel cuore di chi sa ancora ascoltare.
Letizia Rostagno


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