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Carne scaduta e filiere opache: nuove rivelazioni sul caso Bervini

Carne scaduta e filiere opache: nuove rivelazioni sul caso Bervini

Nell’inchiesta di Report emergono nuove testimonianze, bonus agli operai e dubbi sui controlli sanitari


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Il caso del macello Bervini di Pietole, frazione di Borgo Virgilio (Mantova), torna al centro dell’attenzione mediatica. A occuparsene nuovamente è stato il programma di inchiesta Report, che nella puntata andata in onda ieri sera, domenica 21 dicembre, su Rai 3 ha trasmesso un nuovo servizio firmato da Giulia Innocenzi, dal titolo “Chi l’ha mangiata?”.
L’inchiesta fa seguito alle rivelazioni già emerse nelle precedenti puntate, che avevano documentato un presunto sistema di lavorazione e commercializzazione di carne scaduta anche da tre o quattro anni. Questa volta l’attenzione si concentra sulla destinazione finale dei lotti incriminati e sull’efficacia delle procedure di allerta alimentare.
Secondo quanto illustrato nel servizio, circa 1.500 chili di carne sarebbero stati destinati alla ristorazione sulle navi da crociera, 100 chili a un ristorante della provincia di Modena – già interamente consumati – e altri 3.000 chili a un’azienda produttrice di alimenti per animali, anch’essi già utilizzati. I dati sono stati forniti dall’assessore alla Sanità dell’Emilia-Romagna Massimo Fabi.
Anche l’Ats Val Padana ha avviato verifiche per rintracciare i lotti segnalati a partire da dicembre 2024. Tuttavia, secondo le testimonianze raccolte dalla trasmissione, la lavorazione di carne scaduta sarebbe avvenuta già negli anni precedenti.
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A supporto di questa tesi, Report ha mostrato un nuovo filmato in cui si vede carne visibilmente deteriorata, di colore marrone, tagliata e trasformata in “carnetta” destinata alla cottura.
Su questi aspetti, Innocenzi ha intervistato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso, chiedendo chiarimenti sul perimetro delle indagini in corso. «L’Ats potrebbe lavorare con i NAS per ricostruire la filiera dal 2018 in poi», ha dichiarato Bertolaso, precisando tuttavia che, trattandosi di un’indagine coperta da segreto istruttorio, non è possibile conoscere al momento tutti i dettagli.
Nel servizio trovano spazio anche le testimonianze di alcuni ex dipendenti del macello, che hanno accettato di raccontare quanto avveniva all’interno dello stabilimento. «Dal 2020 lavoravamo carne scaduta almeno un giorno alla settimana, poi sempre più spesso», ha riferito uno di loro, parlando di arrivi mensili di camion carichi di bancali di prodotto avariato, lavorato anche di notte e nei fine settimana, quando i controlli erano assenti.
Un altro ex operaio ha raccontato che nel 2021 la lavorazione avveniva in modo più occulto: i sacchi venivano lasciati a scongelare all’esterno durante la notte, per poi essere lavorati all’interno il giorno successivo. In alcune immagini mostrate dalla trasmissione si vede carne accatastata persino negli spogliatoi, fuori dai frigoriferi per mancanza di spazio.
Dall’inchiesta emerge anche che, secondo le testimonianze, agli operai sarebbe stato riconosciuto un compenso extra per trattare la carne scaduta.
All’epoca, l’azienda faceva capo a Francesco Giordano, oggi detenuto per frode fiscale e riciclaggio. «Alla paga giornaliera si aggiungevano altri 100 euro per quel tipo di lavorazione», ha raccontato un dipendente.
Gli ex lavoratori chiamano inoltre in causa Pasquale Giordano, indicato come responsabile della sala disosso, smentendo quanto da lui affermato nelle puntate precedenti circa un ruolo marginale nella gestione delle attività.
Il servizio documenta anche i rischi per la sicurezza sul lavoro. Un operaio ha raccontato di essersi ferito gravemente a un dito durante l’apertura dei sacchi e di essere stato invitato al silenzio. «In ospedale ho detto che mi ero fatto male a casa. Se avessi parlato del lavoro domenicale, mi avrebbero lasciato a casa», ha spiegato, aggiungendo di non aver ricevuto né il compenso promesso né la copertura per la malattia.
Secondo quanto riferito dagli operai, carne scaduta sarebbe stata lavorata anche in uno stabilimento Bervini di Trento, dove le etichette venivano sostituite senza rimuovere le parti deteriorate. Alcuni scatoloni mostrati nel servizio riportano la sigla “GJ”, riconducibile a carne destinata al mercato internazionale.
Sempre secondo Report, la carne sarebbe partita dagli stabilimenti di Trento e Salvaterra (Reggio Emilia) per arrivare a Mantova, dove veniva rilavorata e successivamente rimandata negli altri impianti per la cottura. Parte di questa carne, stando alle testimonianze, sarebbe finita anche in prodotti in scatola della Simmenthal.
Bolton, gruppo che produce Simmenthal, ha dichiarato che la carne proveniente da Bervini rappresentava il 6,6% del totale acquistato nel 2025 e che, in via precauzionale, la fornitura è stata sospesa. Analoga decisione è stata presa da GB Foods, proprietaria del marchio Star, che ha confermato di acquistare circa il 5% delle forniture da Bervini, precisando tuttavia che tale carne non veniva utilizzata per il dado da brodo.
Resta infine aperta la questione dell’allerta alimentare. A fine novembre l’assessore Bertolaso aveva chiarito che l’allerta riguardava i lotti privi di evidenza di trattamento termico prima della commercializzazione. Incoraggiato dalle domande di Innocenzi, Bertolaso ha ammesso che, se qualche lotto di carne cotta fosse rimasto in commercio, «personalmente avrei ritirato tutto», assicurando che saranno effettuate ulteriori verifiche affinché nessun prodotto riconducibile a quei lotti resti sul mercato.
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