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Distretto carni Terre dei Castelli, la vergogna del sistema-caporalato

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Il resoconto della prima serata organizzata in Unione Terre di Castelli da Filippo Gianaroli. Le prossime due serate con associazioni di categoria e Finanza


Distretto carni Terre dei Castelli, la vergogna del sistema-caporalato

Il paese con il reddito pro capite più alto d’Italia, o tra i primi, Castelnuovo Rangone, ma lo stesso vale anche per Castelvetro, e lo schiavismo del caporalato (citazione Cgil apparsa sugli striscioni di questi mesi): due situazioni che non possono coesistere nello stesso luogo. La serata del 5 marzo sul caporalato, organizzata dal consigliere M5S Filippo Gianaroli in Unione ha illuminato e messo in evidenza una criticità sistemica, paradossale, incompatibile con una democrazia definita “avanzata”.

Ricordiamo che parliamo del più importante distretto delle Carni d'Italia: vale 3.000.000.000 di euro su un totale del comparto italiano di 11.000.000.000 di euro.

La presenza dei sindacalisti ha offerto la possibilità di illuminare un settore nei suoi angoli più bui, permettendo a chi non è del mestiere, di comprendere la motivazione economica che ruota intorno allo sfruttamento delle categorie più deboli, gli operai, solitamente extracomunitari.

I sindacalisti hanno spiegato come una cooperativa sociale che somministra manodopera (logicamente non tutte sono così) incassi da mancati versamenti Iva, Irpef, da escamotage di busta paga, da lavoratori assunti con qualifiche di pulizie, lavorando nell’alimentare, e da altri balzelli circa 2 milioni di euro ogni 100 addetti somministrati/anno (questo termine che ricorda i farmaci, è quello che è stato usato in riunione).

Quando la macchina dello Stato, si mette in moto solitamente è tardi, sono passati 16-20 mesi, Agenzia delle Entrate, Finanza, ufficio Iva, Inps, Inail... e la nullatenenza economica dei prestanome, di fatto rende inutile la procedura di rientro dei capitali evasi, in quanto la dissolvenza al sole della cooperativa “spuria”, senza un euro di capitale suo e del suo prestanome, porta inevitabilmente all’azzeramento del debito e alla sua volatilizzazione.

A questo si aggiunge che la collettività si deve sobbarcare gli oneri collaterali, in quanto le buste paga ridotte furbescamente, portano ad un abbassamento generale dei redditi dichiarati, e quindi il welfare dell’Unione si accolla anche i costi paralleli, dagli asili, alle materne, al trasporto, alla sanità. Nella filiera “illegale” tutti ci guadagnano, la cooperativa, il dipendente, l’imprenditore e il prestanome, esclusa la collettività.

Urge allora comprendere se la illegalità legalizzata può coesistere con il sistema democratico della nostra Regione, e se vi è un regista di tutto ciò, creando di fatto le tensioni sociali inevitabili, che abbiamo tutti visto nel passato Natale, o se le forze democratiche sono in grado di interrompere questo circuito malato e devastante che si sta trasferendo ad altre realtà come una metastasi, ad esempio l’industria ceramica.

È emerso che in parte, alcune di queste realtà produttive, senza attuare un abbassamento del costo del lavoro fraudolento sopradescritto, chiuderebbero i battenti, e quindi vi sarebbe una perdita di posti di lavoro, che giustamente i sindacati vedono come il lato da salvaguardare su tutto.

Se ampliamo leggermente lo sguardo e se i dati forniti dai sindacalisti (Cgil e Cisl) l’altra sera sono reali, qualcosa non torna, perché la nostra società con questo sistema perde circa 2 milioni all'anno ogni 100 lavoratori, ai quali occorre sommare i costi del welfare locale, se calcoliamo circa 1000 addetti con coop spurie, il costo economico, e non quello sociale, che certamente è maggiore, si aggira sui 20 milioni/anno (Iva e Irpef).

Sarebbe molto più economico probabilmente un intervento con ammortizzatori sociali per le ditte ed i lavoratori, regolarizzando le posizioni di ognuno, non perderemmo i 20 milioni/anno, ma eserciteremmo una azione di tutela del lavoro, e di salvaguardia dei posti di lavoro, oltre che del mercato e dell’imprenditoria del settore. Nello stesso tempo la produzione di buste paga reali e legali, non trasferirebbe i costi dei mancati versamenti sulla collettività nel welfare.

'Quindi il sistema, in questa illegalità, trasferisce ricchezza, profitto maggiore, all’imprenditore capace, e mantiene vivo l’imprenditore incapace, in quanto il costo di produzione senza la illegalità, supererebbe la soglia massima consentita, portandolo inevitabilmente alla chiusura, deduzioni della Cgil, generando un circuito vizioso del cane che si morde la coda. Appare evidente che questo sistema illegale di somministrazione di manodopera deve finire, (anche per i risvolti illegali collegati emersi) ed è incompatibile con un territorio che si vuole fregiare di marchi prestigiosi, e che si presenta con una ricchezza/abitante invidiabile e costruita proprio sul settore alimentare in 50 anni e passa di storia - affermano gli organizzatori della serata - Certamente ad una Europa che sta andando verso una concezione del lavoro fatta di diritti che sono sempre maggiormente applicati in direzione di un miglioramento della qualità della vita individuale, contrapporre un modello simile, in un territorio ricco economicamente e che ha sacrificato l’ambiente in toto per produrre ricchezza, lascia attoniti'.

Il 15 marzo, il secondo incontro, al quale parteciperanno Legacoop, Confindustria, Cna e Lapam. Nella terza seduta del 22 marzo sono stati invitati a partecipare Guardia di Finanza, Ispettorato del lavoro e Ausl.


 

 



Redazione La Pressa
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