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Le ex fonderie come 25 anni fa, tra realtà ed eterna propaganda

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L'avvio del cantiere nella palazzina che ospiterà la sede dell'istituto storico rappresenta un elemento minimale e slegato funzionalmente dal resto, ancora al palo e su terreno contaminato e ancora da bonificare


Le ex fonderie come 25 anni fa, tra realtà ed eterna propaganda
Dopo venticinque anni di impegni, progetti più o meno partecipati, e concorsi di idee puntualmente non onorati, naufragati e rimasti nel cassetto delle diverse amministrazioni PDS-DS-PD, (nei due mandati del sindaco Barbolini, nei due di Pighi e nel primo di Muzzarelli), la situazione delle ex fonderie, se considerate nell'insieme dei 40.000 metri quadrati totali (di cui 16.000 di superficie utile) è attualmente, di fatto, quella che era nel 1995. Terra di nessuno e di degrado. Terra ancora contaminata da sostanze e fanghi industriali, in parte scavati ed ammucchiati nella parte est del comparto, nascosti dalla vegetazione e allo stato attuale non adeguata ad ospitare strutture residenziali e servizi. Anche al netto del nuovo tentativo, lanciato nel gennaio 2019 grazie al milione e mezzo di euro arrivati da un bando regionale per la rigenerazione, di avviare il processo in 4 stralci della rigenerazione dell'enorme comparto urbano ex industriale, partendo dalla palazzina di accesso al comparto, destinata ad ospitare la nuova sede dell'istituto storico. Una frazione davvero minimale, se vista nella rappresentazione dall'alto del comparto con il numero 1 e, soprattutto, slegata dalle funzioni che dovrebbero svilupparsi nei termini di polo dell'innovazione che dovrebbe svilupparsi nelle sezioni 2, 3 e 4. Distribuite su decine di migliaia di metri quadrati di terreno ancora formalmente da decontaminare da scorie industriali e che per questo, ancora oggi, lo rendono formalmente incompatibile con destinazioni d'uso residenziale e di servizi. Sezioni ancora oggi, dopo mezzo secolo, scucite, isolate dal dal contesto urbano, e negate alla città e ai cittadini.

Dopo la presentazione, più di due anni fa, del progetto di fattibilità del primo dei 4 stralci del progetto, finanziato col milione e mezzo della Regione, da integrare (per arrivare a 3,7) da risorse del Comune e della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, ora ciò che si è mosso (e dopo 20 anni di immobilismo totale se non nel flusso in uscita dalla casse comunali per pagare la bonifica dell'amianto delle coperture, è comunque un risultato), è appunto il cantiere dello stralcio 1.

Poco meno di due anni fa, dopo la conferma che dalla Regione sarebbero arrivate le risorse per il primo dei quattro stralci del progetto complessivo (presentato nel settembre 2018) il sindaco Muzzarelli e l'Assessore all'Urbanistica Anna Maria Vandelli, insieme all'architetto Sofia Cattinari (che con quel progetto vinse il concorso di idee per la riqualificazione dell'area, nel 2009, dieci anni fa, a conferma di quanto poco o nulla si sia fatto), presentarono l'accordo di programma con la Regione ed il progetto di fattibilità. Relativo, appunto, al primo stralcio, riguardante la riqualificazione della palazzina principale, da adibire a nuova sede dell'istituto storico. In particolare, biblioteca e archivio a piano terra; uffici, sale didattiche e una sala conferenze da 99 posti al primo piano; una sala eventi nella torretta centrale, accanto al terrazzo. Oggetto dell'unico cantiere in corso.

I progetti sfumati

Quella delle ex fonderie riunite è una storia di promesse politiche non mantenute

A metà degli anni '90 erano già simbolo di degrado e di abbandono, ma già oggetto delle promesse di riqualificazione di amministratori e politici che su di esse, nei dieci anni di mandato di Barbolini fino ai dieci successivi di Pighi e al primo di Muzzarelli, hanno costruito parte delle loro campagne elettorali sul tema della rigenerazione urbana. Non finirebbe in cento righe l'elenco dei progetti più meno partecipati (solo sulla carta), dei concorsi di idee (strumento sempre pronto per scaricare sui cittadini la mancanza di idee e di visione politica degli amministratori pubblici, oltre ai ritardi accumulati), e dei piani urbanistici. Tutti accompagnati da laute consulenze

Ma il nodo politico e amministrativo, pur importante, non sta nemmeno qui. Sta nel fatto che ogni progetto promesso e annunciato in pompa magna, dalla nuova sede dell'Ausl dell'inizio degli anni 2000, all'idea di tecnopolo e fino ad arrivare ad oggi con il milionario progetto Dast, non è mai stato accompagnato, almeno ufficialmente, da quello che è un passaggio fondamentale: la bonifica e la decontaminazione del suolo del comparto ex industriale. Una bonifica che è stata effettuata nel 2004 solo in relazione all'amianto che per più dieci anni rimase comunque abbandonato ed indisturbato, in tutta la sua pericolosità, e senza che nessuno ne rispondesse, sulla copertura da migliaia di metri quadrati del capannone principale.

In quel periodo l'intenzione era di ricavare, nello stabile, la nuova sede Ausl. Con 230 mila euro si procedette alla rimozione dell'amianto che rese lo stabile sempre più simile ad uno scheletro. Solo nel 2010 l'ausl attraverso carotaggi e rimozione di parte di terreno con escavatori, sia all'interno del capannone sia nell'area cortiliva effettuò, delle verifiche che mostrarano la presenza (prevedibile vista la storia di fonderia di inizi '900) di materiale contaminante ed inquinante. Che una volta rimosso venne posizionato in un enorme cumulo, coperto da teloni, per evitarne la dispersione nell'aria, nella zona cortiliva ad est dello stabilimento. Ancora presente. Dai rapporti di prova emerse che quel terreno presentava livelli di contaminazione incompatibili con l'uso a verde e residenziale (quello a cui sarebbe stato indirizzato), mentre risultarono nei limiti per un uso industriale. Uso che quell'area, appunto, non è stata più destinata ad avere. Una incompatibilità che per le aree verdi e cortilive dello stabile, a pochi metri in linea d'aria dalle palazzine di via Mar Jonio, (figuriamoci per le residenze previste nel terzo stralcio del progetto Dast), riguarda anche la presenza di vecchie cisterne interrate con importanti accumuli e residui di gasolio. E non ci vogliono degli ingegneri ambientali per comprendere, leggendoli, come i documenti Arpa e USL, ormai impolverati dagli anni, definirono come necessaria la bonifica e la decontaminazione di quelle aree e di quei terreni. Necessità che insiste tutt'oggi, prima di potere parlare di qualsiasi intervento. Un passaggio rimasto al palo senza il quale nessun progetto può procedere. Simbolo dell'abbandono dei grandi progetti urbani prospettati nel 1999 dal Piano di riqualificazione dei comparti industriali della fascia ferroviaria comprendente, in quell'area anche quello adiacente delle ex acciaierie, anch'esso abortito insieme allo sviuppo delle cosiddette gronde, assi viari che costeggiando la ferrovia avrebbero dovuto meglio unire la città sull'asse est-ovest, dal Palasport alla Madonnina. In cui progetti sono rimasti nel cassetto. Insieme alla visione chiara della città futura che pare essere sparita dagli orizzonti politici delle amministrazioni che si sono susseguite negli ultimi 20 anni.


Gi.Ga.



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