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Zona rossa, si chiude perché non si sa che altro fare

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Si chiude perché il virus che doveva essere stanato casa per casa probabilmente si è rifugiato in montagna a fare il partigiano...


Zona rossa, si chiude perché non si sa che altro fare
Sarà che poco più di un anno fa l’Emilia Romagna sembrava non esser più così rossa, la decisione di ripristinare la tinta unita anche a Modena desta perplessità. Probabilmente, sempre un anno fa, Salvini sbagliava quando diceva che l’unico rosso che sarebbe rimasto a Modena sarebbe stato quello della Ferrari. Ma all’epoca non si parlava ancora di Covid. O almeno non così.

Il sol dell’avvenire dunque sorge assieme alla decisione del Soviet Supremo della rediviva Rossa Emilia di restringere ulteriormente ciò che era già ristretto: se fosse un caffè, ci sarebbe solo la tazzina.

E in Appennino come l’abbiamo presa? Come una visita dall’urologo, ma che domande! Nel giorno in cui confermano che gli impianti di risalita non vedranno muovere un ingranaggio uno, con un senso di incertezza ma anche di sconforto generale perché davvero, dopo un anno di tira e molla, non si può essere ancora qui, nell’irrisolto, con la differenza che, un anno fa erano proprio commercianti, ristoratori ed esercenti in genere a chiudere in via prudenziale perché non si sapeva con cosa si aveva a che fare.

Ora che invece la bestia la conosciamo e sappiamo che ci sono anche le cure (oltre ai vaccini) un giorno per l’altro si chiude perché non si sa che altro fare, laddove non si è fatta prevenzione, laddove i reparti di terapia intensiva sono arrivati in ritardo e quando erano pronti facevano letteralmente acqua. Si chiude perché il virus che doveva essere stanato casa per casa probabilmente si è rifugiato in montagna a fare il partigiano, non c’è altra spiegazione diversamente, alla chiusura delle scuole anche laddove il contagio è più basso, la vita meno frenetica e l’assembramento, se avviene, c’è solo quando c’è la fila in farmacia o alla posta il giorno del ritiro delle pensioni.

E diciamolo chiaramente, queste chiusure cosa risolvono? Cosa risolverà un’orda di ragazzini che dalla scuola saranno trasferiti in massa dai nonni, i soggetti più a rischio, in attesa che i genitori abbiano il congedo parentale?

Cosa risolverà il fatto che, nelle zone più remote la didattica a distanza sarà nella migliore delle ipotesi con una risoluzione sgranata e un audio ballerino? Cosa risolverà il fatto che i trasporti, ancora una volta, non sono stati potenziati e, nel frattempo, il consiglio di Stato ha bloccato la misura del governo che impone la mascherina al di sotto dei dodici anni, obbligando l’esecutivo a dimostrare che con l’obbligo di portarla non ci sono danni per la salute dei più piccoli?

Con più ci hanno blindato, con meno hanno risolto la questione. E’ sentore comune che le forze dell’ordine allentino i controlli laddove le persone, non tanto per ribellione, ma perché stremate dall’essere trattate come incapaci di intendere e di volere, rifiutino l’idea di collaborare.

La tutela della salute, che dicono venire prima di tutto, ha invece prima di tutto portato alla depressione economica, allo sfascio del turismo, alla distruzione della socialità.

Forse stiamo esagerando dai, probabilmente siamo noi che non capiamo, anche la montagna sta diventando terra di negazionismi, eh sì… proprio nel momento in cui, finalmente, con l’assoluta mancanza di qualsiasi criterio che potesse essere definito logico, la montagna riceve finalmente lo stesso identico trattamento che si riserva ai “piangiani”…

Stefano Bonacorsi

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Stefano Bonacorsi
Stefano Bonacorsi

Modenese nel senso di montanaro, laureato in giurisprudenza, imprenditore artigiano, corrispondente, blogger e, più raramente, performer. Di fede cristiana, mi piace dire che sono ..   Continua >>


 

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