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Spilamberto, il caso del fallimento della società proprietaria ex Sipe

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Il fallimento chiude una vicenda economica iniziata nel 2003 con lo scopo di edificare l'intera area industriale dismessa della SIPE con 400 villette e alberghi


Spilamberto, il caso del fallimento della società proprietaria ex Sipe

Presso il tribunale di Modena è depositato il fallimento della società proprietaria dell'area SIPE. Per questa ragione l'autorità giudiziaria ha nominato d'ufficio un perito per avere una valutazione economica per la sua messa all'asta. Il fallimento chiude una vicenda economica iniziata nel 2003 con lo scopo di edificare l'intera area industriale dismessa della SIPE con 400 villette, alberghi,  polo tecnologico, centro commerciale, zona industriale. Questo progetto era sostenuto dalla srl Green Village in nome della proprietà e dall'amministrazione comunale di Spilamberto con indiscussa maggioranza di sinistra coadiuvata in una prima fase dai comuni limitrofi di Vignola e Savignano con maggioranze dello stesso colore politico.

Si sono contrapposti Italia Nostra e fin dal primo diffondersi di questa notizia, che veniva ritenuta una scellerata cementificazione del nostro territorio, un comitato sorto spontaneamente nel paese; capace altresì di coinvolgere la parte della cittadinanza più responsabile, più colta, meno fanatica, più desiderosa di una democrazia partecipata almeno nelle grandi scelte riguardanti la comunità. La partecipazione nei dibattiti pubblici, nelle conferenze a tema, nella raccolta firme fu molto alta come è possibile verificare sfogliando la stampa locale del tempo. Ricordiamo con profondo dolore, per la sua prematura scomparsa, Alberto Setti che subì una procedura giudiziaria per un articolo in merito venendo assolto, giornalista imparziale, dalla chiara scrittura e per le sue inchieste, modello di giornalismo sempre più raro. Anche la pagina culturale di Repubblica e il Manifesto se ne occuparono facendolo diventare un caso nazionale.

La Green Village aveva un capitale esiguo 15.000 euro in rapporto ai costi per rendere edificabile l'area in particolare per la bonifica dai residui della produzione secolare di esplosivi (l'amministrazione comunale del tempo ne valutava un costo di 10 milioni ora il perito la quantifica per difetto 2,5 milioni). Questo capitale sociale avrebbe dovuto indurre alla prudenza amministrazioni competenti al momento di stipulare gli accordi di programma. Così come sarebbe stato opportuno sapere chi erano i finanziatori della società, ma nel 2003 i guadagni nell'edilizia erano così facili che non venivano offuscati da questi dubbi.

In Italia il sistema bancario non era trasparente e si sa quante delusioni, quanti contenziosi, quanti raggiri hanno subìto i risparmiatori; così la borsa che veniva definita 'parco buoi' intendendo con ciò una sorta di mattanza per i piccoli risparmiatori a causa del suo malfunzionamento dovuto ai famigerati patti di sindacato all'assenza di sostanziali OPA nelle acquisizioni societarie etc.etc. Dunque l'inefficienza del sistema finanziario, invece di allocare il risparmio nelle attività produttive generatrici di ricchezza fondamentali per finanziare il debito e decenti servizi statali, finiva per sotterrarlo nel bene rifugio considerato sicuro: la casa. Non solo, in esso è confluito molto denaro da evasione fiscale, da attività illecite per la facilità in questo contesto di essere 'ripulito'. È stato poi consentito alle amministrazioni comunali di utilizzare fino al 70% gli introiti degli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente (stipendi, festival, bonus elettorali vari) anziché per la loro funzione: fogne adeguate, marciapiedi, arredo urbano, illuminazione, scolatoi piazze e parchi drenanti. Per avere questo denaro nelle casse comunali si sono stipulati accordi di programma di ogni genere, introdotte varianti e varianti delle varianti ai piani regolatori.
Il consumo di territorio, la cementificazione conseguenti a queste scelte sono menzionati solo quando un quartiere si allaga, un fiume esonda, una collina smotta per i danni economici e la perdita di vite umane. Le amministrazioni pubbliche, in particolare in Emilia, dove il movimento cooperativo così influente nei loro processi decisori mai si è internazionalizzato o impegnato in ricerca e sviluppo, innovazione e ha invece fatto profitti nel territorio e col territorio, hanno sempre sostenuto l'edilizia, ritenuta volano dell'economia. Senza peraltro portare un solo studio scientifico che lo confermasse, una corretta analisi di costi e benefici.

Questa lunga premessa si è resa necessaria per fare comprendere in quale contesto economico è maturata la genesi degli errori commessi da entrambe le parti  e la storia conclusa con i libri contabili in tribunale.
1) Il fallimento di questo progetto è da imputarsi alle condizioni di ipercostruito alle alterazioni artificiose del mercato immobiliare che abbiamo appena descritto e che in tutte le occasioni pubbliche in questi anni abbiamo ribadito inascoltati come Cassandre. Non c'era più e non c'è 'domanda' come relaziona anche il perito incaricato dal tribunale nel difficile compito di trovare un modo per dare un prezzo all'area. La bolla immobiliare del 2008 proveniente dagli Stati Uniti ha dato il colpo di grazia e per queste cause ed errori il PIL italiano non ha ancora raggiunto i valori antecedenti.
2) In questi anni la nostra piccola sezione di Italia Nostra ha subito molte accuse perfino una querela penale in merito alla difesa del campo Bonetti. La sentenza che assolve una nostra socia andrebbe letta come educazione civica per i principi costituzionali a cui si richiama nel difendere e promuovere la partecipazione pubblica dei cittadini. Ma ciò che ci addolora di più è ritenere che Italia Nostra voglia solo 'museificare' o inibire qualsiasi attività perché è un'accusa ingiusta e ingiustificata. Nel caso specifico abbiamo a suo tempo difeso il vincolo paesaggistico in continuità con quello delle basse di Vignola.
Avrebbe garantito una tutela tra il fiume e la Vignolese fino alla Rocca Rangoni; il quale marchese stranamente ricorse contro il vincolo al TAR del Lazio. Il suo ricorso fu respinto ma vedendo come da un punto di vista agricolo l'azienda è mal tenuta non si può non pensare che quel suo rivolgersi al tribunale fosse dovuto al desiderio di vendere la tenuta al business della ghiaia. Se così fosse poiché già tutta l'area nord del paese è un immenso cratere che arriva ormai a meno di un km dal centro storico sarebbe per Spilamberto un disastro definitivo. Dove non riuscì il tribunale riuscì il partito . Il soprintendente fu trasferito in Sardegna. Più volte abbiamo sollecitato inutilmente la soprintendenza ad applicare sui pregevoli manufatti industriali vincolati, compresa la magnifica Napoleona, il codice dei beni culturali che prevede la manutenzione e la loro messa in sicurezza. Nemmeno una risposta, l'enorme degrado viene richiamato anche nella perizia fallimentare. Siamo alla evidente constatazione che lo stato non rispetta le leggi dello stato. Abbiamo sostenuto che almeno ad est nella parte storica di cui già buona parte è demaniale si seguisse l'esempio delle riconversioni dei siti industriali dismessi in parchi 'culturali' come a Tampere per le fabbriche tessili, nel porto di Bilbao, per le miniere di carbone della Ruhr. In questo ultimo caso le autorità tedesche hanno favorito la nascita di un comitato di cittadini per decidere attraverso un percorso partecipato... Abbiamo organizzato una conferenza con un docente della IUAV in cui si dimostrava come un investimento in cultura abbia redditività superiore ad altri settori come il successo economico degli esempi sopra citati peraltro dimostra. Abbiamo presentato una ammirevole e documentata tesi di una laureanda in architettura di Castelnuovo sul restauro e riutilizzo degli edifici storici della SIPE. Bastava utilizzarla commissionando un business plan alla facoltà di economia di Modena per avere un progetto già pronto da inviare alla UE per chiedere fondi.

3) Conclusioni. La perizia commissionata dal tribunale è molto ben argomentata. La competenza professionale del perito è indiscutibile sia nel definire la metodologia utilizzata per estimare l'area sia nel descrivere il mercato immobiliare della nostra zona. Riteniamo altresì (è opinione personale) che il curatore fallimentare abbia come sovente accade cercato di tutelare i creditori e con ciò si spiegherebbe lo 'spezzatino'. L'area infatti è stata suddivisa in tre lotti: a est della Vignolese  tutta la parte da bonificare comprendente i manufatti vincolati valutata 7.75 milioni. A ovest della Vignolese l'area che va dal Castione alla pedemontana e stata suddivisa in due parti una del valore di 508.000 euro l'altra di 215.000 euro.

Ci pare evidente che si cerchi di fare cassa perché queste due aree non abbisognano di grandi lavori per essere edificate e pur con un mercato declinante i prezzi come base d'asta sono davvero invitanti. Difficilmente un privato vorrà invece acquisire un lotto non tanto e non solo per il prezzo oneroso ma per il costo non ben quantificabile della bonifica e dell'obbligatorietà del restauro dei manufatti vincolati. È evidente stando così le cose che si profilano al degrado di questi anni altri decenni di incuria. Per questa ragione avanziamo un'ultima proposta. Chiediamo ai giovani amministratori del comune di Spilamberto che pur sappiamo in continuità politica con i precedenti, di 'smarcarsi' di rifiutare che il consiglio comunale sia il luogo dove viene approvato ciò che è già stato deciso nelle 'segrete stanze'; che si valuti se vi è una possibilità legale di porre un diritto di prelazione sulle due aree ad ovest della Vignolese, che si dica subito, adesso che su quelle aree non si concederà nessuna licenza edificatoria fintanto che la bonifica non è terminata e i manufatti vincolati recuperati. Si partecipi all'asta delle due aree se il bilancio non consente di trovare 700000 si sperimenti un crowdfundig civico.
Chi ha avuto il tempo di leggere fin qui il nostro argomentare non potrà non comprendere che oltre a un fallimento economico sancito da un tribunale ve ne è stato un altro di maggiore entità per le nostre tasche e per la riduzione della qualità democratica del nostro comune: quello politico. In diciassette anni non è stata avanzata un'idea, una proposta concreta, sono state esercitate pressioni indebite sulla stampa, si è delegittimata un'istituzione dello stato come la Soprintendenza, non si è esercitato il diritto dovere di tutelare i cittadini secondo il decreto Ronchi riguardo la bonifica del sito, non si è ottemperato alla tutela dei manufatti vincolati, si è sperperato più di un milione di euro di denaro pubblico in apertura e chiusura di società mai operative, progetti faraonici di polo tecnologico, consulenze legali, spese legali e magniloquenti convegni dove il colore dominante era il rosso non della Ferrari come si voleva fare credere ma dei vassoi pieni di prosciutto del buffet finale.

Se l'attuale maggioranza vorrà continuare su questa strada, di irresponsabile indifferenza, vorrà dire che la natura si accollerà il compito di seppellire come sta già avvenendo non solo edifici di pregevole testimonianza industriale, ma la storia di un opificio che ha dato  a Spilamberto un asilo ancora frequentato, un acquedotto, case dignitose e la possibilità a centinaia di famiglie attraverso il lavoro, di migliorare le loro condizioni materiali.

Dante Pini – Presidente Italia Nostra sez. dei Castelli


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