Eppure nell'ascoltare le parole di sempre, i rosari con i nomi di chi ha perso la vita ucciso dalla ferocia mafiosa, viene da chiedersi se in vita coloro che nel loro lavoro, nel loro dovere, nel contributo anche di semplici cittadini, si sono spesi nella denuncia alla criminalità organizzata pagando il prezzo di sangue più alto, sono stati sostenuti e aiutati o se viceversa hanno subito isolamento, fango e calunnie.
In questo giorno, a mio avviso, dobbiamo prima di tutto chiederci se, in coscienza, abbiamo fatto abbastanza per evitare quelle morti, dobbiamo chiederci come fare in futuro per evitare queste stragi e a queste domande serve una risposta vera, non di facciata.
Purtroppo la mia esperienza racconta una storia di isolamento. Chi come me ha denunciato quello che ha visto, nel mio caso a Brescello, è spesso lasciato solo in vita e questo è un modo per annullare l’anima, salvando il corpo. Non ci sono bare, ma deserti da attraversare da soli. Io personalmente ho denunciato apertamente la realtà mafiosa di Brescello prima del commissariamento, le mie denunce sono state confermate nelle motivazioni dei processi, a partire da Grimilde, e i magistrati hanno citato più volte il mio nome, eppure sul territorio sono stata abbandonata, non considerata e infangata. Mi sono trovata incredibilmente a lottare non solo contro il cancro delle mafie, ma a volte anche contro chi apparentemente usava le mie stesse parole e, per ruolo e missione, avrebbe dovuto contribuire a far fronte comune.
La protezione che merita chi denuncia e chi decide di spendersi concretamente nella lotta alla mafia non è tanto legata a una scorta armata, ma alla condivisione di una lotta per la legalità slegata da appartenenze politiche.
E purtroppo proprio l'appartenenza politica nella terra emiliano-romagnola che non ha mai conosciuto alternanza ha assorbito il concetto stesso di antimafia. A dispetto delle solite sbandierate dichiarazioni secondo le quali l'antimafia non avrebbe colore politico e secondo cui tutti dovrebbero salire senza distinzioni sul treno della legalità, la realtà è esattamente opposta.
Vale per me, ma vale anche per altri. Penso ad esempio a Donato Ungaro anche lui tra i primi a segnalare situazioni opache a Brescello, a Cinzia Franchini, unica rappresentante, per l'autotrasporto, delle associazioni di rappresentanza ad essersi costituita parte civile al processo Aemilia, ma lasciata sola per le note vicissitudini che l'hanno contrapposta alla Cna. Un processo, Aemilia, che avrebbe dovuto svelare i legami della Ndrangheta nell'imprenditoria e nella politica emiliana ma che sul fronte politico si è limitato a far vivere un calvario a un consigliere di Forza Italia reggiano, Pagliani, poi totalmente assolto in Appello, e che – dopo le dichiarazioni di Palamara su cui non voglio entrare - lascia interrogativi inquietanti sulla volontà di indagare in ugual misura a destra e a sinistra.
Catia Silva



