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Guerra in Ucraina, la genesi del conflitto. Al di là della propaganda

Guerra in Ucraina, la genesi del conflitto. Al di là della propaganda

Una guerra assurda e voluta, che non ha eroi né tra le fila degli Stati Uniti, dell’Europa e della Federazione Russa ma solo una vittima: il popolo ucraino


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Ricordiamo come è nata questa guerra assurda e inutile, che nessuno dei protagonisti ha voluto evitare. L’Ucraina nasce come Stato indipendente nel 1991, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, e nel 2010 è eletto presidente Viktor Yanukovych (in precedenza primo ministro). Yanukovych, come Lukashenko per la Bielorussia, rinsalda i rapporti con Vladimir Putin e questo spostamento dell’asse politico verso la Russia e non l’Europa si manifesta chiaramente nel 2013 con il rifiuto del governo ucraino di firmare l’accordo di associazione e libero scambio con l’Unione Europea. A novembre sorgono le proteste di piazza, per la Russia fomentate e sovvenzionate dagli Stati Uniti, che prendono il nome di “EuroMaidan”. Tra i partecipanti si osserva una presenza sostanziale di nazionalisti filo-occidentali e antirussi, alcuni dei quali neonazisti. Yanukovych è costretto alla fuga e si rifugia in Russia.

Nel marzo del 2014, l’Ucraina perde di fatto una parte del proprio territorio; la Russia, infatti, sancisce ufficialmente la secessione della Crimea e la sua annessione alla Federazione Russa. Ciò avviene attraverso un referendum popolare avvenuto pochi giorni prima nella regione, che è a maggioranza russofona. La Corte Costituzionale ucraina giudica illegale il referendum e, di conseguenza, non ne accetta il responso.

Anche nella regione del DonBass, a maggioranza russofona, il popolo è in fermento: il legame con Mosca è forte, ma il popolo vorrebbe restare equidistante.
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Si scatena una guerra civile nelle province di Donetsk e Lugansk, che si autoproclamano repubbliche indipendenti. Tali repubbliche non sono riconosciute dal consenso internazionale, dall’Ucraina e neppure dalla Russia. Ciò avverrà solo da parte di Vladimir Putin poco prima che l’Armata Rossa entri nel DonBass a difesa dall’attacco di quelle ucraine.
Con l’accordo di Minsk II, nel febbraio del 2015 si giunge a un cessate il fuoco, ma nessuna delle due parti rispetta gli impegni assunti e il conflitto tra indipendisti e truppe ucraine prosegue. A condizionare i rapporti tra Russia e Occidente s’inserisce il progressivo allargamento a Est della Nato: dal 1990, a eccezione degli Stati dell’ex Jugoslavia, entrano nell’Alleanza Atlantica 15 ex repubbliche sovietiche. Le prime tre – Polonia, Bulgaria e Repubblica Ceca – sono invitate espressamente da Bush padre e, grazie al richiamo d’aiuti consistenti da parte degli Stati Uniti e alla disastrosa situazione economica russa, seguono tutte le altre. Il timore di Mosca cresce di giorno in giorno con la prospettiva che anche l’Ucraina possa entrare nella Nato e, di conseguenza, basi militari americane possano essere realizzate vicino ai propri confini.

Nel 2019, e con il 73% delle preferenze, Volodymyr Zelensky si aggiudica le elezioni presidenziali ucraine.
Il successo è enorme e inaspettato, costruito in pochi mesi e gratifica un candidato totalmente inesperto di politica. L’attività di Zelensky era quella di attore di fiction televisive e proprio in quella di maggior successo aveva interpretato la parte del presidente dell’Ucraina. Per la Russia, è un uomo scelto e appoggiato dagli Stati Uniti. Il plebiscito ricevuto dal partito politico di Zelensky, Servitori del Popolo, ha una maggioranza parlamentare senza precedenti. Dopo un inizio promettente, però, le riforme progettate da Zelensky sul fronte economico non danno risultati soddisfacenti e il suo consenso scende vertiginosamente.
Nonostante che l’Ucraina sia oggi il quarto Paese esportatore di prodotti agricoli verso l’Unione Europea, resta però fortemente indebitata verso l’estero, nella misura di 8.5 miliardi di dollari secondo le stime. Il PIL continua a crescere in maniera costante, ma il suo ammontare non ha ancora raggiunto il livello del 2013, prima che scoppiasse la crisi con la Russia che portò all’annessione della Crimea e alla guerra separatista nel Donbass.
Tutto ciò influisce negativamente sull’opinione pubblica.
Secondo un sondaggio realizzato prima della guerra dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev, solo il 30% degli ucraini pensano che Zelensky dovrebbe ricandidarsi alle elezioni del 2024, e di questi appena il 23% lo voterebbe. Il suo rivale del 2019 ed ex presidente, Petro Poroshenko, appena tornato in Ucraina, dov’è accusato di “alto tradimento”, è in risalita, al 16%. In un’altra rilevazione, realizzata in ottobre dal Razumkov Center, ben il 73% della popolazione dichiara che l’esecutivo presieduto da Zelensky non è significativamente differente dal precedente, con il 36% che lo considera addirittura peggiore.

Per Vladimr Putin questo è il momento propizio per aggiustare i conti con l’Ucraina e, soprattutto, con l’America e la sua volontà di dargli scacco. Il 17 dicembre del 2021, alle ore 13:26 di Mosca, il Ministero degli Esteri invia a Washington una proposta di impegno a non accettare l’Ucraina nell’Alleanza Atlantica, così come verbalmente era stato proposto a Gorbaciov. L’Amministrazione Biden rifiuta l’accordo: ogni Stato è libero di allearsi con chi vuole e di determinare il proprio futuro. Questa risposta è interpretata dai russi quale volontà di chiudere il cerchio iniziato con quello che definiscono il colpo di Stato del 2014 e successibvamente l’elezione di Volodymyr Zelensky. Nei giorni seguenti, i generali dell’Armata Rossa iniziano la pianificazione di un attacco in Ucraina, prevedendo dei passi di avvicinamento alla data, che lascino spazio ad un ripensamento, ad una soluzione diplomatica.

Il 10 febbraio inizia in Bielorussia l'esercitazione militare denominata Union Resolve 2022. Nella nota diffusa dal Ministero russo si legge che ha l’obiettivo di “esercitarsi a scongiurare e respingere l'aggressione esterna attraverso un'operazione difensiva', e anche 'combattere il terrorismo e difendere gli interessi dello Stato dell'Unione'. Secondo la Nato, è il più grande dispiegamento russo dalla Guerra Fredda e anche per la Casa bianca le esercitazioni sono un’escalation rispetto alla crisi ucraina.

La Russia ripete che non ha alcuna intenzione d’invadere l'Ucraina e afferma di voler ritirare i militari appena le manovre si saranno concluse. Per Kiev sono un elemento di pressione psicologica al fine di far accettare l’annessione della Crimea e il riconoscimento delle repubbliche del DonBass. Il presidente Zelensky dichiara che “Oggi abbiamo sufficienti truppe per difendere in maniera onorevole il nostro Paese”. In effetti, il 21 aprile del 2021 gli Stati Uniti hanno avviato la prima fase di un progetto per la cooperazione tecnico militare tra Kiev e Washington. Si tratta di un disegno di legge incentrato sul “partenariato con l’Ucraina nella sfera della sicurezza”. Il documento, che è stato approvato all’unanimità dalla Commissione per le relazioni estere degli Stati Uniti, sancirà l’incremento dei finanziamenti USA per sostenere Kiev. Secondo quanto rivelato dai media russi, l’importo di aiuti militari stanziati ammonterebbe a circa 300 milioni di dollari.

L’ambasciatrice ucraina a Washington, Oksana Markarova, ha riferito che tali fondi saranno impiegati per l’acquisto di sistemi di difesa aerea, missili anti-nave e anticarro, nonché sistemi di attacco tattico-operativo. In verità, dall’elezione del presidente Zelensky e a partire dal 23 febbraio 2014, data di inizio del conflitto nel Donbass, gli Stati Uniti si sono occupati della fornitura militare delle forze armate dell’Ucraina. Tra il 2014 e il 2016, Kiev ha ricevuto circa duemila giubbotti antiproiettile, 35 veicoli blindati HMMWV e altre attrezzature belliche come 130 Hummers e diverse tipologie di imbarcazioni ad alta velocità. Infine, l’Esercito di Kiev ha anche aggiunto al proprio arsenale tecnico oltre 2000 dispositivi per la visione notturna. Nel 2018, il Pentagono ha fornito armi di attacco di ultima generazione. Tra queste, la stampa russa ha citato i sistemi missilistici anticarro FGM-148 Javelin. Con un raggio d’azione di 2-3 km, la Javelin è l’arma anticarro più importante dell’Esercito statunitense.

Il 15 febbraio i deputati della Duma di Stato russa appoggiano una mozione presentata dal Partito Comunista russo che chiede al Cremlino di riconoscere l’indipendenza delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk nell’Ucraina orientale, dove ci sono i più grandi giacimenti di carbone dell’Ucraina. La mozione è approvata da 351 parlamentari e solo 16 si oppongono; uno si astiene. Vladimir Putin tergiversa: vuole usare questo voto quale ulteriore arma negoziale con i leader europei che in quelle ore sembrano aver ottenuto la cessazione delle esercitazioni militari russe al confine con l’Ucraina e il parziale ritiro dei soldati di Mosca.

Zelensky e l’America confermano la volontà di non risolvere diplomaticamente il contrasto e il governo ucraino conferma che difenderà la sovranità del proprio territorio con le armi. Il 17 febbraio si registra una escalation delle violazioni del cessate il fuoco nella regione del Donetsk e in quella del Luhansk, lungo la linea del fronte che separa le forze ucraine e quelle separatiste nell’Ucraina orientale. Lo rende noto l'Osce, che con la sua Missione speciale di monitoraggio, che segnala 189 violazioni del cessate il fuoco alle 19 e 30 di ieri, tra cui 128 esplosioni nel Donetsk. Nel bollettino precedente si erano segnalate 24 violazioni. Nella regione di Luhansk, invece, la missione ha registrato 402 violazioni del cessate il fuoco, comprese 188 esplosioni, mentre nel precedente periodo di riferimento ha registrato 129 violazioni del cessate il fuoco nella regione. L’Armata Rossa ritorna ad ammassarsi sul confine ucraino e il 24 febbraio supera il confine. Ha inizio la guerra, una guerra assurda e voluta, che non ha eroi né tra le fila degli Stati Uniti, dell’Europa e della Federazione Russa ma solo una vittima: il popolo ucraino.

Massimo Carpegna
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