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Meno parlamentari, stessi costi: la spending review che non c’è

Meno parlamentari, stessi costi: la spending review che non c’è

A tre anni dall’insediamento del Governo Meloni, i bilanci di Camera e Senato mostrano che il taglio degli eletti non ha ridotto i costi complessivi


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Doveva essere il segnale di una politica finalmente più sobria. La riduzione del numero dei parlamentari – da 630 a 400 deputati – è stata presentata come una riforma capace di alleggerire il peso del Parlamento sui conti pubblici e di riavvicinare le istituzioni ai cittadini. A distanza di alcuni anni, però, i numeri raccontano una storia diversa: meno eletti non ha significato meno spesa.
I dati ufficiali dei bilanci della Camera dei deputati parlano chiaro. Nel periodo 2017-2021 la spesa complessiva annua si attestava in media poco sopra il miliardo di euro. Nel triennio successivo, 2022-2024, la media sale a circa 1,29 miliardi. Nel solo 2024 Montecitorio ha impegnato circa 1,26 miliardi di euro. Al netto delle distinzioni contabili tra spesa complessiva e spese funzionali, la tendenza è inequivocabile: non c’è stata una riduzione strutturale dei costi.
L’effetto più evidente della riforma non è quindi il risparmio, ma l’aumento della spesa pro capite. Alcune voci, come il contributo ai gruppi parlamentari, restano sostanzialmente stabili. Con meno deputati, le risorse disponibili per ciascun eletto crescono. Un risultato che contraddice lo spirito con cui il taglio era stato proposto e approvato.
Dal fronte politico arrivano letture difensive.
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Esponenti del Movimento 5 Stelle rivendicano il risparmio sulle indennità dei parlamentari non più in carica e ricordano che senza il taglio i costi sarebbero oggi più alti. Da Fratelli d'Italia si sottolinea come, nonostante inflazione e ripresa dei concorsi interni, la spesa complessiva sia rimasta “sostanzialmente invariata”, segno – secondo questa lettura – di una gestione virtuosa.
Argomentazioni legittime, ma che non scalfiscono il dato politico centrale: l’obiettivo dichiarato di ridurre il costo complessivo della rappresentanza non è stato raggiunto. Né prima né dopo il cambio di governo.
Al Senato della Repubblica il quadro appare più ordinato. La dotazione per il 2025 resta ferma a 505 milioni di euro, lo stesso livello del 2011, e la spesa del 2024 è risultata persino inferiore alle previsioni. Ma anche qui si tratta di una traiettoria di contenimento avviata da oltre un decennio, non di una svolta recente imputabile all’attuale legislatura.
Ed è proprio questo il punto che rende il bilancio politico difficile da edulcorare. Il Governo Meloni non è l’unico responsabile di una spesa pubblica che fatica a ridursi: le dinamiche di fondo vengono da lontano e attraversano governi e maggioranze diverse. Ma è altrettanto vero che, a tre anni dal suo insediamento, non si è visto alcun cambio di passo.
Nessuna spending review incisiva, nessuna riforma capace di trasformare il taglio dei parlamentari in un reale risparmio per i contribuenti.
La promessa di “meno politica, meno costi” si è fermata alla prima metà dello slogan. La seconda – quella che avrebbe dovuto tradursi in bilanci più leggeri – è rimasta sulla carta. E finché la riduzione degli eletti continuerà a convivere con spese complessive stabili o crescenti, il rischio è che il taglio dei parlamentari venga ricordato non come una riforma di efficienza, ma come l’ennesima occasione mancata di rendere la politica davvero più sobria e credibile agli occhi dei cittadini.
 

B. Lazzari
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