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No Green Pass, un anno dopo Trieste ricorda la vergogna degli idranti

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Pubblichiamo lo straziante racconto di quella giornata che ha fatto la giornalista Raffaella Regoli, nel suo libro 'Sospesa'


No Green Pass, un anno dopo Trieste ricorda la vergogna degli idranti
'18 ottobre 2021 Trieste, Varco 4: qui è morta la democrazia'. Questo il cartello portato oggi sul luogo in cui un anno fa vennero utilizzati gli idranti contro i portuali inermi che protestavano contro il Green Pass.
Fu quello uno dei simboli della ferocia dello Stato contro chi protestava in modo pacifico contro l'introduzione del certificato verde. A portare fiori e striscione è stato un gruppo di portuali, tra i quali Stefano Puzzer.



Quella di Trieste è una ferita ancora viva in un Paese che non è riuscito ancora a fare i conti con le discriminazione introdotte dal passaporto sanitario, uno strumento che - ricordiamo - sta ancora impedendo a medici che non hanno aderito pienamente al trattamento sanitario di poter lavorare.



Pubblichiamo lo straziante racconto di quella giornata che ha fatto la giornalista Raffaella Regoli, nel suo libro 'Sospesa' (Arianna editrice).

Quando arriviamo, il varco IV non si vede già più. Dalle sue fauci sono usciti due grossi draghi sputa acqua, gli idranti della polizia, uno a destra, uno a sinistra, da entrambi i lati. Dietro gli idranti, due file interminabili di blindati. Sono entrati all’alba, una manciata di chilometri più in là, dal varco I, per sbucare poco fa come scarafaggi usciti dalla tana. Cerco di contarli, sono troppi e mi fermo. Davanti agli idranti, sono schierati centinaia di poliziotti. In assetto antisommossa. Davanti a tutti, il vice questore. Ha la fascia tricolore messa di traverso, nella mano sinistra stringe casco e manganello. La destra è alzata. Urla ai manifestanti, davanti a sé: «In nome della legge, disperdetevi!».

Poi si gira verso i suoi uomini, rialza il braccio, e ordina agli idranti: «Avanzate!».
Gli idranti si mettono in moto. Hanno due cannoni a testa puntati sui manifestanti. Ad altezza d’uomo. Una cascata d’acqua pronta a uscire dal basso per spazzare via chi è a terra. Aprono il fuoco. Quattro potenti getti d’acqua si rovesciano sulle prime file di giubbe gialle e arancioni. Qualcuno ferma la valanga gelida col corpo. Altri seduti a terra vengono investiti dalla seconda ondata. Nessuno indietreggia. Un portuale comincia ad applaudire, gli altri lo seguono. E sotto la tempesta, urlano: «Bravi!». Un portuale cade a terra e si accartoccia in una pozza. Mi avvicino per capire se ha bisogno d’aiuto. L’idrante gli ha colpito l’orecchio. Se la caverà, ma ne uscirà con un timpano rotto. Lo portano verso l’ambulanza.  Da un lato, con le spalle al varco IV, ci sono i poliziotti, con gli scudi, disposti a testuggine. Gli uomini della mobile di Trieste sono in borghese. Dietro i caschi, le facce degli agenti arrivati da Padova e da Vicenza. Li fronteggiano i ragazzi del porto. E decine di vigili del fuoco e di autisti; ci sono ragazzi, donne e vecchi che non smettono di arrivare. C’è un vecchio a piedi nudi, l’acqua si è già raccolta in grosse buche a terra. Lui ha gettato via le scarpe e sfida la polizia.

Davanti al vice questore c’è Tuiach, portuale ed ex pugile. In città lo conoscono tutti. Non mette insieme molte frasi compiute, ma dicono che è per via dei troppi colpi presi in testa. Sarà per questo che è il preferito dei giornalisti di tutte le testate. Ha simpatie di estrema destra. Una volta si è anche candidato. Ha una moglie e tanti figli, è un cristiano evangelico. Ora brandisce il suo rosario davanti agli agenti. «Nel nome di Dio, nel nome di Dio Padre, fermatevi!». Riconosco Lorenzo, la giubba arancio e la barba lunga. Ci viene incontro disperato: «Guardate! Gli abbiamo voluto bene... Gli abbiamo portato tutti i giorni da mangiare e ora ci caricano». Arrivo nelle prime file. Con le divise gialle ci sono Stefano e Nino, Raffaele, Mario, Paolo... li conosco uno ad uno, sono una cinquantina e sono tutti qui. Hanno i cappucci delle felpe tirati sulla testa. Stefano si è annodato una striscia bianca di stoffa intorno al collo, in segno di pace, ma la guerra è già scoppiata.

Qualcuno grida: «Tutti giù, tutti giù!». I portuali e gli altri lavoratori si siedono a terra, nell’acqua. Qualcuno è in ginocchio. Si prendono tutti per mano e cominciano a pregare. Uno di loro dice: «Ci voleva questo per farmi recitare il Padre nostro...». È l’immagine che farà il giro del mondo, ma non sui nostri tg nazionali. Mi sento impotente. Anche l’aria pare trattenere il fiato. Sembriamo animali chiusi dentro, con la stalla che sta per andare a fuoco. Mi abbasso sulle ginocchia, ho i piedi nell’acqua. Guardo i ragazzi del porto. Il più giovane, con un berretto calato in testa, ha gli occhi gonfi e asciutti. Un altro lavoratore, con una grossa sciarpa, afferra la mano di Stefano e la stringe nella sua. Qualcuno ha regalato a Puzzer un rosario e lui lo ha girato intorno al polso, facendolo passare per l’indice, perché non scivoli via. Ora si aggrappano tutti e due a quei grani di legno, con il Tau.
Il Padre nostro si leva sopra questi ragazzoni in ginocchio, sopra gli scudi dei poliziotti, sopra il porto che sembra allontanarsi in alto, in volo, fino a scomparire.
Pregano tutti a testa bassa, le lacrime si raggrumano negli occhi ma non cadono. Nino si volta e grida a quelli dietro, che sono ancora in piedi.
La polizia non tratta più. È il momento di attaccare. Telecamere e giornalisti vengono allontanati. Un poliziotto alto e grosso si avvicina, mi dice: «Signora, deve andare via, è ora, si deve spostare». «No, io resto qua», gli rispondo con rabbia, «sono un lavoratore come loro. Da qui non me ne vado».
Non vado da nessuna parte, penso tra me e me. Voglio filmare cosa sta accadendo. Voglio che tutti vedano cosa sta accadendo qui, davanti al porto, sui lavoratori in ginocchio, in preghiera. Rimarrò con i manifestanti fino alla fine.
Mi volto. Stefano ha gli occhi vinti a terra, qualche lacrima resta in bilico sulle labbra, e poi rovina giù, sulla striscia di tela bianca che gli pende dal collo, in un silenzio che ingoia l’aria. Lo guardo, la sua voce è un sussulto soffocato: «Non sto piangendo... sono solo triste, sono triste per tutte queste persone, perché i nostri diritti sono questi e non stiamo facendo nulla di male». Il ragazzo con la felpa bordeaux che non gli lascia la mano, ripete come a se stesso: «Stefano, non molliamo, Stefano non molliamo». Gli altri lo sentono e cominciano a cantare: «La gente come noi, la gente come noi non molla mai...».

Un operaio si alza e urla contro i poliziotti: «Non potete attaccare i fratelli, che sono parte di noi!». Il suo urlo rimbalza sui caschi. E parte la carica. Tiro il cappuccio sulla testa, lo alzo anche a Simon. Gli agenti, in quattro per ogni lavoratore seduto a terra, gli afferrano braccia e gambe, li alzano su di peso. Alzano anche Stefano. Tutti provano a resistere, ma è inutile. Mentre sto filmando, un poliziotto mi afferra per il giubbetto e mi scaraventa via lontano.

Stavolta comincia la carica. Arrivano colpi alle braccia e alle gambe. I più alti ci coprono per difenderci. La polizia avanza spingendo. Spingono duro con gli scudi e con i manganelli. Chi si oppone per non retrocedere, viene pestato. Prendo manganellate alle gambe e alla schiena. Qualcuno tiene le mani in alto. Grida: «Basta! Basta!».
E quando il manganello si ferma, iniziano gli idranti. L’acqua ghiacciata ci piomba addosso con uno schianto. Siamo zuppi marci, ma ancora in piedi. In tanti hanno le mani alzate. L’acqua si abbatte sui manifestanti ma non spegne la loro voce: «Libertà! Libertà! Libertà!». Tiro fuori la testa dal cappuccio. Sulla folla livida e bagnata, si è formato un arcobaleno. 
Per ore le due parti si fronteggiano, da un lato migliaia di manifestanti a mani nude, dall’altra centinaia di poliziotti e carabinieri con manganelli e scudi. E dopo ogni assalto i cannoni d’acqua, che colpiscono con getti continui, per spingere tutti indietro. Senza pietà.
Dopo quasi tre ore, alle 11 del mattino, mentre il sole fa una timida apparizione senza scaldarci, ci scopriamo tutti esausti. I poliziotti in borghese, che si mescolano alla folla, cercano di provocare.

E' una mattanza. Arrivano manganellate ovunque. Una ragazza ha la fronte spaccata, il sangue le cola sulla faccia. La portano via. Un altro con il naso rotto, si avventa contro una fila di carabinieri: «Potete menarci, ma non moriremo mai nell’animo».

In una pausa Stefano afferra il megafono: «No provocazioni. Diritti, fratellanza, solidarietà!». Paolo, lo slavo, il più grosso tra i portuali, invita ora tutti ad arretrare di qualche passo: «Andate indietro, urla a gran voce, andate indietro di dieci metri». Poi mi guarda e aggiunge a mezza bocca: «Oggi nessuno si deve fare male». I portuali fanno muro, tra gli agenti e i manifestanti, uno a fianco all’altro, tenendosi stretti sotto braccio. Si arretra di poco. Ma si arretra. A mezzogiorno, i manifestanti sono arretrati oltre il ponte che collega la strada sotto la tangenziale, al varco IV del porto. Era quello che aspettava la celere. Così, appena liberato il ponte, gli agenti si calano sul viso le maschere antigas. E aprono il fuoco con i lacrimogeni. I candelotti di gas CS arrivano come raffiche di mitra tra i nostri piedi. In meno di un minuto, un fumo denso e bianco prende a salire e ci soffoca tutti in una morsa, che ci mette in fuga. Non si riesce a respirare. Ci tiriamo sulla faccia sciarpe e fazzoletti. Tutto inutile. Il gas entra nei polmoni, e al suo passaggio brucia. La gola si chiude a tenaglia, il veleno diventa tosse che ci soffoca. Mi sale la nausea. Faccio fatica a tenere gli occhi aperti ma non smetto di filmare. Sembra una guerra. Corriamo tutti avanti, verso la tangenziale, cerchiamo scampo in viale Campi Elisi. Strana assonanza, l’Elysium che nella mitologia antica era il luogo dove dopo la morte, dimoravano le anime degli eroi cari agli dei. Oggi sono solo la nostra salvezza da idranti e gas.

Per spegnere il fuoco che ci mangia la gola, ci passiamo di mano in mano una bottiglia d’acqua. E facciamo la cosa che non andrebbe fatta, beviamo. Ci sciacquiamo gli occhi in fiamme. La celere ci insegue. Ripartono le cariche. I manifestanti afferrano i lacrimogeni da terra e li rilanciano verso i poliziotti. Loro replicano con gli idranti. Partono altre raffiche di gas. Un candelotto finisce persino dentro il giardino di una scuola. Ritrovo Simon, il mio operatore. E insieme raggiungiamo i portuali. Stefano ripete ancora incredulo: «Ma perché... perché tutto questo...». A mezzogiorno e mezzo, dopo oltre quattro ore d’assedio, il varco IV, il porto è stato liberato.


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