A denunciarlo sono la deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari e gli attivisti M5S Christian Lazzoi, Pitar Kamarashev, Adam Khiraoui, Francesca Preti, Emanuele Edoardo Sassi e Pietro Zani, in merito al programma di conferenze promosso dal Comando Militare Esercito Emilia-Romagna negli istituti della regione.
Secondo la comunicazione diffusa il 23 settembre 2026 dall'Ufficio Scolastico Regionale, gli incontri prevedono la presentazione delle Scuole Militari di Napoli e Milano agli studenti del primo e del secondo anno delle superiori, mentre ai ragazzi delle classi quarte e quinte vengono illustrate le opportunità formative e professionali offerte dall'Accademia Militare, dalla Scuola Sottufficiali e dalle Forze Armate. La proposta prevede inoltre attività informative su ruoli, compiti e attività dell'Esercito anche per gli altri ordini e gradi scolastici. Nell'anno scolastico precedente queste iniziative hanno coinvolto ben 2.899 studenti dell'Emilia-Romagna.
'Non mettiamo in discussione il ruolo costituzionale delle Forze Armate, né il valore delle donne e degli uomini che vi prestano servizio, ma riteniamo profondamente sbagliato trasformare le aule scolastiche in luoghi di promozione delle carriere militari, soprattutto quando ci si rivolge a minorenni. Esiste una differenza fondamentale tra conoscere le istituzioni e orientare i giovanissimi verso professioni legate all'utilizzo delle armi.
Non è una novità di questo Governo: dal Governo Prodi al Berlusconi, dal Renzi al Gentiloni, fino a Draghi e Meloni, c'è stata un'intensificazione dei rapporti tra scuole ed esercito, attraverso governi di ogni colore politico.
Bambini e adolescenti non imparano solo ciò che viene insegnato loro esplicitamente: apprendono anche osservando e imitando i modelli sociali che hanno davanti, come ha dimostrato Albert Bandura con la sua Social Learning Theory. Non hanno ancora gli strumenti di un adulto per riconoscere le intenzioni persuasive di un messaggio, e la propaganda non ha bisogno di dichiararsi tale: passa attraverso l'uniforme, la disciplina, il prestigio istituzionale. Senza un reale pluralismo, si rischia di favorire l'accettazione passiva di certi valori anziché la loro elaborazione critica.
In un mondo attraversato da guerre, bombardamenti e gravissime violazioni dei diritti umani, abbiamo bisogno di investire nella cultura della pace, non di rendere la guerra una prospettiva sempre più
Questa presenza cresce in concomitanza con una corsa al riarmo e con l'aumento della spesa militare, che rendono il reclutamento una priorità: le scuole diventano il canale privilegiato per raggiungere i più giovani.
L'articolo 11 della nostra Costituzione è chiarissimo: l'Italia ripudia la guerra. Questo principio non può rimanere soltanto una frase da studiare sui libri, ma deve trovare concreta applicazione nelle scelte educative e nelle politiche pubbliche.
Ai nostri giovani dobbiamo offrire strumenti per comprendere i conflitti, prevenirli e risolverli attraverso il dialogo, la diplomazia e la cooperazione: non negare loro la conoscenza delle guerre e delle istituzioni militari, ma fornire gli strumenti per interpretarle criticamente.
Da Montessori a Morin, da Bell Hooks a Martha Nussbaum, la riflessione pedagogica converge su un punto: educare significa emancipare, dare strumenti per collegare le conoscenze e sviluppare un pensiero critico, condizione essenziale per la tenuta delle democrazie. Significa anche decostruire le narrazioni dominanti e costruire, sull'esempio di Don Milani, nuove prospettive di giustizia sociale e di umanità unita.
È questa la strada della pace positiva, intesa non come semplice assenza di guerra, ma come presenza di giustizia, cooperazione e diritti.
Per queste ragioni la deputata Stefania Ascari ha presentato un'interrogazione parlamentare ai Ministri dell'Istruzione e del Merito e della Difesa, chiedendo di chiarire sulla base di quali accordi vengano organizzati questi incontri, di verificare che non assumano carattere di promozione dell'arruolamento tra i minorenni e di valutare la sospensione delle iniziative e la revisione delle convenzioni esistenti. L'interrogazione sollecita infine maggiori investimenti in percorsi strutturati di educazione alla pace, alla nonviolenza, alla mediazione dei conflitti, al disarmo e alla tutela dei diritti umani, in coerenza con il NO alla militarizzazione delle coscienze e delle scuole già espresso dal Movimento 5 Stelle.
'Vogliamo scuole piene di cultura, pensiero critico, solidarietà e libertà. Non scuole nelle quali la guerra venga presentata come una prospettiva ordinaria per il futuro dei nostri figli. La scuola pubblica deve aiutare ogni ragazza e ogni ragazzo a immaginare un futuro diverso, nel quale i conflitti si affrontino con le parole e non con le armi. La pace non si costruisce preparando i giovani alla guerra, ma insegnando loro il valore della vita umana'.


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