La mancata manutenzione dell’argine del Panaro è stata, per i giudici, la causa principale dell’alluvione che il 6 dicembre 2020 ha devastato Nonantola, provocando oltre 100 milioni di euro di danni e migliaia di sfollati. Il Tribunale regionale delle Acque pubbliche presso la Corte d’Appello di Firenze, che ha accolto il ricorso di quattro famiglie è chiaro nel riconoscere la responsabilità di Aipo.
Nel merito della sentenza di ieri c'è però di più, quel di più capace di dare da un lato risposta a quelle polemiche che si agitarono intorno al funzionamento della cassa di espansione del Panaro in località San Cesario, Secondo i giudici, l’argine in località Bagazzano è collassato quando il livello del fiume era ben al di sotto della quota di sicurezza, tra un metro e 30 e un metro e 40 centimetri dalla sommità. Non una piena eccezionale, dunque, ma una condizione controllata e tecnicamente sicura e che in quel momento era garantita, lo ricordiamo, dal funzionamento e dalla regolazione della cassa di espansione. Per il Tribunale la causa del collasso arginale è da ricercare in un “difetto di manutenzione reiterata”, aggravato da caratteristiche costruttive deboli e dalla presenza di tane di animali (quest'ultimo elemento era stato identificato dalla commissione tecnica regionale come possibile concausa teorica ma legata a cavità derivanti da tane storiche all'interno dell'argine). Una dinamica che, agli occhi dei giudici, al di là dei singoli elementi strutturali (già evidenziati dalla relazione tecnica regionale tra cui scarsa sezione arginale) conferma un quadro di incuria protratto negli anni.
Una storia decennale di rotture e fragilità: in quel tratto cinque 'rotte' in cinquanta anni
La sentenza arriva a confermare un fatto già emerso con forza nelle immediate analisi post-alluvione: quel tratto del Panaro è strutturalmente fragile da almeno cinquanta anni. Tra il ponte di Navicello e Nonantola, le cronache idrauliche registrano almeno cinque rotte storiche, alcune delle quali di particolare gravità.Basta ricordare il 2014: il giorno esatto in cui cedette l’argine del Secchia provocando l’alluvione di Bastiglia, a circa 50 metri dal punto in cui sarebbe avvenuto il collasso del 2020, si aprì una falla sull’argine del Panaro. Solo l’intervento immediato di un residente, salito sulla ruspa per tamponare la breccia in attesa dei soccorsi, evitò una seconda alluvione analoga.
E ancora pochi mesi fa, a Navicello, si è verificata una grossa infiltrazione alla base dell'argine di sinistra, risolto da Aipo in via emergenziale. Segnali di una criticità che continua a manifestarsi nonostante gli interventi eseguiti dopo il 2014.
Il funzionamento della cassa di espansione
Un elemento importante che emerge seppur indirettamente della decisione del Tribunale riguarda anche il funzionamento della cassa di espansione del Panaro.Questo significa, in sostanza, che non fu la gestione della piena a valle a determinare la rotta, bensì la debolezza dell’argine, tanto grave da cedere anche in assenza di condizioni critiche. Un dato che ribadisce la centralità della manutenzione ordinaria e della qualità del corpo arginale, elementi più volte denunciati dai tecnici e confermati anche dalla commissione regionale d’inchiesta.
La condanna stabilisce ora risarcimenti per le quattro famiglie ricorrenti, ma apre inevitabilmente un dibattito politico e istituzionale più ampio. Il punto critico è capire come garantire la sicurezza idraulica di un tratto che continua a mostrare vulnerabilità, nonostante gli interventi realizzati dopo l’alluvione del Secchia nel 2014.
Dal 1990 al 2020, gli investimenti sugli argini del Panaro sono stati scarsi rispetto alla evidenziata e storica complessità idraulica della zona. Solo dopo l’alluvione di Bastiglia gli interventi sono aumentati, ma in un contesto in cui — come dimostra la sentenza — trenta anni di incuria non si recuperano con pochi anni di lavori, spesso emergenziali.
Gi.Ga.
Il video, per non dimenticare: la diretta (in solitaria) de La Pressa sulla rotta.


