Nel 1977 lo scrittore statunitense Philip K. Dick salì su un palco per dire che questa realtà potrebbe non essere la realtà, ma una simulazione al computer. Parlava di un mondo programmato, di déjà-vu, di errori nel sistema. Detta così sembra una profezia tecnologica di un pazzo visionario. Ma Dick non stava immaginando solo una macchina più grande di noi: stava semplicemente attualizzando una domanda antica come l’uomo: ma quello che vediamo è davvero tutto?
Matrix, ventidue anni dopo, prende quella domanda e la veste da apparente fantascienza. Macchine, cavi, simulatori, corpi addormentati, menti tenute in vita dentro una realtà artificiale. Funziona perché è il film perfetto. Ma sotto il cappotto nero e gli occhiali scuri c’è ben altro: una storia religiosa travestita da cyberpunk.
Perché Neo non è semplicemente un hacker. Già dal nome, Thomas Anderson: Tommaso, quello che dubita; Anderson, figlio dell’uomo. Neo anagrammato è One, the One, l’Eletto. Viene cercato e annunciato da Morpheus, il Battista che preconizza, che crede prima di vedere. C’è Trinity, che è anche Maria Maddalena. Cypher è il Giuda traditore. L’Oracolo orienta senza comandare. Smith è il contrario della salvezza: è il male che si replica. E quando Neo muore poi risorge e trascende.
E vede il mondo com’è davvero. E alla fine di tutto si sacrifica per salvare gli altri.
A quel punto anche Matrix smette di essere fantascienza e diventa gnosi. In un mondo che è una prigione, la libertà comincia quando scopri che ciò che chiamavi realtà era finzione. E vivere non basta più: bisogna svegliarsi e credere.
Ma anche qui non c’è nulla di veramente nuovo. Cambiano i tempi, i costumi, non i princìpi. Platone aveva già messo gli uomini nella caverna, incatenati davanti alle ombre. Gli gnostici avevano già immaginato un mondo falso, creato da un potere minore, con l’uomo chiamato a ricordare la propria origine e cercare il Dio vero, la scintilla divina imprigionata nella materia. Le religioni da sempre giurano che dietro la superficie ci sia un ordine nascosto. Creatore, osservatore, giudice, architetto: qualcuno che vede ciò che noi non vediamo.
L’uomo cerca Dio anche quando dice di non cercarlo. Spesso lo sfida come un bambino che irride la mamma mentre si allontana di tre passi, che per lui sembrano chilometri. Nel suo libro “Elogio della Tracotanza” Giuseppe Leonelli dedica ampio spazio alla ricerca della verità e alla eterna sfida a Dio, al potere, alla famiglia, al qualunquismo.
Alla fine il Dio che ci siamo costruiti è tecnico. Non perdona, non ama e non salva: profila. E noi, nonostante tutto, restiamo quelli di prima. Continuiamo a fare la stessa cosa che facevamo davanti al fuoco, nelle caverne, nei templi, nelle chiese: cerchiamo un senso che vada oltre quello che vediamo.
Eli Gold


