Fa specie il livello di soggezione che incute nella classe dirigente del PD. Il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, le stava conferendo la massima onorificenza cittadina: il Primo Tricolore. Un gesto che dovrebbe unire, non dividere - e che dovrebbe essere approvato all'unanimità o quasi dal consiglio comunale. Ma lei l’ha ripagato assecondando i fischi del pubblico e ridacchiandogli in faccia. Un vero sindaco le avrebbe sorriso e detto con garbo: “cara signora, il nostro Tricolore lei non lo merita. Anche per come veste”.
L'Albanese ha potuto addirittura criticare Liliana Segre, dandole della poco lucida, nel più completo silenzio della sinistra. Nessuno, tranne qualche comprimario, che le abbia fatto capire che esistono dei limiti. Anzi: le onorificenze si susseguono. E allora la domanda è semplice: chi la protegge? Evidentemente ha santi in altissimo. Qualcuno che crede in lei, che la spinge e la blinda come fosse patrimonio comune. Perché è proprio questo il punto: nell’assenza di una vera matrice politica, agli elettori servono simboli da venerare.
È il miracolo periodico della sinistra italiana: ogni sette pleniluni si inventano un nuovo messia, lo incoronano, lo incensano e lo pongono sull’altare, sperando che risorga anche il partito. Non succede mai, ma il rito è speranza. Mattia Santori, con le sue sardine che dovevano risvegliare le piazze; Aboubakar Soumahoro, sindacalista dei braccianti e paladino del diritto all’eleganza; Carola Rackete, capitana dell’umanità; Ilaria Cucchi e Ilaria Salis, innalzate a icone della purezza e maestre di vita.
Perché a sinistra, si sa, ogni nuovo eletto serve soprattutto a far dimenticare il precedente. E il ciclo ricomincia: applausi, talk show, riconoscimenti, poltrone.
Magath

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