Temi noti. Temi che tutti riconoscono. Temi che fanno sorridere perché sono familiari. Ma è proprio qui che nasce una domanda. La satira deve solo far sorridere o deve disturbare?
Perché la forza della satira, storicamente, non sta nell’accarezzare il consenso. Sta nel pungere. Sta nel mettere il dito nella ferita. Sta nel dire ciò che molti pensano ma pochi osano pronunciare.
Nel lungo sproloquio di quest’anno non una parola sull’ammanco milionario della Fondazione. Non un cenno alla vicenda AMO. Nessun riferimento alle zone d’ombra amministrative che hanno segnato gli ultimi mesi.
Eppure si tratta di questioni pubbliche, rilevanti, discusse. Non pettegolezzi, ma fatti politici e istituzionali. Si può ironizzare sulle buche, sulle rotonde e sui monopattini. È facile. È condivisibile. È rassicurante. Ma non sposta nulla.
La satira vera, quella che resta, quella che fa ridere davvero, è quella che fa anche un po’ male. È quella che mette in imbarazzo il potere. È quella che non sceglie bersagli comodi. Nel discorso di Sandrone si percepisce un’ironia diffusa, ma mai davvero tagliente. Una critica che si ferma sempre un passo prima del punto sensibile. Come se esistesse un confine invisibile da non oltrepassare.
E allora viene da chiedersi: è ancora satira se non graffia? O è diventata una forma di teatro civico, gentile, rituale, che accompagna l’amministrazione più che incalzarla? La tradizione delle maschere modenesi è grande proprio perché, storicamente, rappresentava la voce del popolo. Non la voce neutra. Non la voce prudente. La voce franca.
Il rischio, altrimenti, è che il Carnevale si trasformi in una liturgia innocua. Si ride, si applaude, si torna a casa. Tutto resta com’è. Modena non ha bisogno di satire educate. Ha bisogno di ironia intelligente e coraggiosa. Perché una città che si dice “ricca, tranquilla e accogliente” dovrebbe poter reggere anche una battuta scomoda. Anzi: dovrebbe pretenderla. La risata che non disturba nessuno è una risata che non cambia nulla.
E forse – proprio nel giorno in cui si celebra la libertà dello scherzo – sarebbe stato bello sentire una parola in più.
Cinzia Franchini
Foto: Fabrizio Annovi

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