Le considerazioni di Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell'Irccs istituto ortopedico Galeazzi e virologo presso l'Università di Milano non solo generano enormi punti interrogativi sul presupposto scientifico del Green Pass, basato più che sui dati sulle ipotesi non verificate da dati sul campo (soprattutto quando si tratta di periodi di validità superiori a sei mesi), ma fondano soprattutto la lettura di chi, sia in ambito scientifico che politico, vede il Green Pass, nella sua applicazione sempre più endemica in molti ambiti della vita sociale e professionale del paese, per quello che fino ad ora principalmente si è dimostrato essere: uno strumento politico, arma di persuasione di massa (per non usare termini più forti) per imporre surrettiziamente, continuando a scaricare tutte le responsabilità sui cittadini, un vaccino che per diversi motivi il governo non ha avuto il coraggio politico né la forza di imporre con un obbligo. E qui lasciano il tempo che trovano anche gli esempi ed i riferimenti a vaccinazioni e campagne vaccinali precedenti che nulla hanno di paragonabile a questa, giustificata da uno stato di emergenza prolungato che a sua volta non ha precedenti.
Insomma, il dibattito sul green pass, e sugli ambiti di applicazione è e continua a rimanere una questione prevalentemente politica più che scientifica. Nei suoi enunciati così come nella sua applicazione. Perché anche nel momento in cui la si considera sotto l'aspetto (ribadiamo e ribadiscono gli scienziati non prevalente), della scienza, questa si scontra non solo e non tanto con le dichiarazioni secche di esponenti come Prof. Andrea Crisanti (qui su La Pressa), ma anche indirettamente con le dichiarazioni dei massimi rappresentanti degli organismi che quei presupposti scientifici dovrebbero garantirli. Con fatti misurati e non solo con ipotesi.
Alla domanda sulla durata della protezione delle persone vaccinate il Direttore generale della Prevenzione al Ministero della Salute Gianni Rezza, al Corriere della Sera, affermava, due giorni fa. 'Non sappiamo del tutto rispondere, visto che il follow-up delle persone vaccinate è ancora troppo breve.
Il mantenimento d'obbligo di tutte le regole di distanziamento e nell'uso della mascherina (ritenuti ancora come i principali strumenti di prevenzione dal contagio), anche in tutti i luoghi accessibili esclusivamente con Green Pass, lo confermano. Così come lo confermano i rappresentanti degli organismi scientifici nazionali che affermano quanto la vaccinazione non rende immuni. Così come purtroppo sembrano confermarlo i contagi sempre più frequenti all'interno degli ospedali dove la scadenza ipotetica nella protezione dei sanitari che si sono vaccinati per primi è ormai prossima. Non a caso ieri il Direttore Generale dell'Ausl di Modena ha confermato che dopo i contagi registrati all'interno dell'ospedale di Carpi, tra sanitari e pazienti, si porrà in essere un piano di controllo e prevenzione basato non sul green pass ma sul corretto uso dei dispositivi di protezione individuale. Perché negli ospedali e nei luoghi dove la gente di assembra la realtà del contagio supera la burocrazia e la disquisizioni politiche sul Green Pass, sulla sua estensione e sulla sua efficacia. Che per ora rimane sulla carta e nel range delle ipotesi non supportate adeguatamente dai dati.
G.G.

(1).jpg)

