Il riferimento è quello alla manifestazione del novembre scorso che nuovamente si è dipanata per i viali nella cintura intorno al centro con un manifesto chiaro: esprimere la contrarietà al decreto sicurezza del governo di centro-destra ed in particolare ai nuovi strumenti di contrasto rispetto ai rave non autorizzati con occupazione di suolo. Una manifestazione che si è svolta in maniera controllata, concordata con le forze dell'ordine che anzi hanno dato addirittura più possibilità di quelle che presumibilmente le stesse associazioni anarchiche organizzatrici avrebbero chiesto. Sfilare a ridosso del centro per ore con inquinanti mezzi a motore e musica a palla svuotando i viali dei parcheggi e rivoluzionando la viabilità per un intero sabato pomeriggio a ridosso delle festività natalizie. Il percorso, lo ricordiamo visto che è emerso dalla risposta dell'assessore, è stato concordato in sede di comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica coordinato e presieduto dal prefetto e poi sottoposto agli organizzatori che hanno accettato. Insieme alle forme ai modi e i tempi della protesta. Ed è su questo punto che la questione si gioca.
Anarchia solo di nome
Le manifestazioni anarchiche, a Modena, ormai sono tali soltanto nel nome. Di per sé nascono per esprimere di dissenso contro ogni forma di autorità e gerarchia. Gli anarchici, infatti, rifiutano lo Stato, le leggi imposte e le strutture di potere, sostenendo l'autogestione e la libertà individuale. Tuttavia, la gestione, l'organizzazione dei tempi e delle forme di queste manifestazioni da parte delle forze dell'ordine e degli enti competenti solleva un interrogativo fondamentale: come possono essere considerate autentiche manifestazioni anarchiche se organizzate e svolte all'interno di un quadro normativo e istituzionale che esse stesse contestano?
La contraddizione intrinseca
Quando un gruppo anarchico comunica la volontà di manifestare sottomette implicitamente ad un diniego che per diverse ragioni potrebbe arrivare da parte delle istituzioni, legittima e si adegua al sistema che rifiuta. Le forze dell'ordine e le autorità locali, infatti, sono chiamate a regolamentare e controllare l'evento, stabilendo orari, percorsi e modalità. Con insindacabile giudizio. L'intero processo è in contrasto con il principio anarchico che rifiuta l’imposizione di regole esterne.
La delegittimazione del messaggio
Autorizzare, o faremo meglio dire più correttamente non negare e quindi lasciare svolgere, una manifestazione anarchica significa, di fatto, normalizzare una forma di protesta che, al suo interno, dovrebbe respingere l'idea stessa di essere normata.
Il paradosso (ideale( della sicurezza condivisa
Un altro aspetto critico riguarda l’adeguamento delle manifestazioni anarchiche ai protocolli di sicurezza stabiliti dalle forze dell'ordine. Le autorità competenti stabiliscono misure di sicurezza che, a loro volta, limitano e disciplinano, è comunque organizzano, le modalità della protesta. Questo approccio non solo contraddice il messaggio anarchico di rifiuto della gerarchia e del controllo, ma contribuisce anche a creare una 'protesta sicura', il cui obiettivo non è più quello di disturbare o minacciare l’ordine stabilito, ma di adattarsi a esso. La protesta diventa, in tal modo, una forma di dissenso 'accettabile', che non intacca realmente le strutture di potere.
La necessità (ideale) di una protesta radicale
Se da un lato le manifestazioni anarchiche autorizzate rispondono alla necessità di essere visibili e di attirare l'attenzione su problematiche sociali, politiche e ambientali, dall’altro si rischia che diventino solo un modo per dare l'illusione di agire, senza compromettere il sistema contro cui si lotta. Una protesta veramente anarchica, se dovesse essere tale, non dovrebbe cercare il consenso delle autorità, né seguirne le regole, ma sfidare apertamente l'ordine stabilito, creando situazioni di disturbo che non possano essere facilmente contenute o assorbite dal sistema.
Le manifestazioni anarchiche autorizzate, o tecnicamente sarebbe meglio dire non negate e anzi organizzate nei tempi e nei modi dalle istituzioni, sono per quanto detto un paradosso in sé. Non solo si contraddicono con i principi di base dell'anarchismo, ma rischiano di ridurre la portata della protesta stessa, trasformandola in un atto simbolico, adatto a giovani rivoluzionari da salotto, che non mette in discussione il potere esistente, anzi semmai oltre a legittimarlo rischia di esaltarlo, nelle sue funzioni.
Lungi dall'inneggiare all'illegalità o all'eversione sta di fatto che un'autentica espressione anarchica dovrebbe rifiutare qualsiasi forma di legittimazione da parte dello Stato e delle sue istituzioni, centrali e periferiche, nazionali e locali, tanto più alcuna concessione da loro, abbandonando la strada della protesta autorizzata in favore di azioni che veramente sfidano e mettono in crisi l'ordine stabilito. Ciò è provocatorio, davvero sfidante, anche se non auspicabile visto dal fronte di chi le leggi le rispetta. Ma solo in quel modo, la sua carica rivoluzionaria e il suo potenziale trasformativo potrebbero quantomeno fondarsi e rifondarsi di un significato.
Perché così si tratta soltanto e null'altro che una grottesca rappresentazione di se stessa, vittima e schiacciata dalle forme del potere che vorrebbe contestare è da un banale gioco delle parti. Un potere che a Modena ha assunto le forme di un sistema talmente consolidato da amalgamare e omogeneizzare, e controllare, in un'unica melassa culturale e politica anche la protesta ormai sole e soltanto caricatura di se stessa.
Gianni Galeotti

(1).jpg)

