Infatti, non a coloro che si batterono nella Resistenza per la libertà di tutti e perché si stabilisse nel nostro paese una democrazia pluralista deve essere attribuito il delitto di don Lenzini, ma unicamente a partigiani comunisti, quasi tutti con la tessera dall’ANPI in tasca, che consideravano quel sacerdote un nemico assoluto e un ostacolo all’edificazione di una dittatura socialista secondo il modello staliniano.
Bulgarelli ha invece completamente torto quando scarica la responsabilità del delitto su un singolo uomo, quandanche fosse risultato colpevole un ex partigiano. Dagli atti del processo emerge in maniera inequivocabile che l’omicidio del sacerdote non fu causato da una “scheggia impazzita”, ma maturò nell’arco di almeno un paio di mesi nell’ambiente della sezione comunista e della polizia partigiana di Pavullo, coinvolgendo tra mandanti, esecutori e complici almeno una ventina di persone. Se al processo del 1949 i sei imputati furono assolti per insufficienza di prove “con un dubbio – disse il giudice – che raggiunge il 99 per cento di certezza”, ciò fu dovuto esclusivamente al clima di omertà e di paura che condizionò pesantemente i testimoni ancora a distanza di quattro anni dal delitto.
In provincia di Modena la tragica sorte di don Lenzini fu condivisa, tra il 1944 e il 1946, da altri sei sacerdoti e religiosi, uccisi in analoghe circostanze e con simili moventi, da partigiani o ex partigiani delle formazioni garibaldine comuniste. Dopo l’omicidio, neppure a don Lenzini fu risparmiato l’oltraggio della memoria, nel tentativo di mascherare la natura squisitamente politico-religiosa del delitto, ma non si giunse al livello delle infamanti accuse che colpirono Rolando Rivi, seminarista quattordicenne ucciso a Monchio nell’aprile 1945 e beatificato a Modena nel 2013. Per difendere i suoi assassini, ambedue rei confessi, il PCI e l’ANPI in coro non esitarono a sostenere sulla loro stampa e al processo del 1950 che Rolando era stato ucciso non per “odio antireligioso” ma unicamente perché era una “spia fascista”. Questa tesi venne ribadita in un libro promosso dall’ANPI alla fine degli anni ‘70, in cui si lamentava che Giuseppe Corghi, esecutore materiale del delitto, “era stato condannato a 25
I dirigenti dell’ANPI hanno perso l’occasione della beatificazione di don Lenzini per indirizzare al vescovo, a distanza di quasi 80 anni, le scuse per l’omicidio dei sacerdoti e religiosi modenesi commessi tra guerra e dopoguerra dai partigiani comunisti, insieme a una doverosa riflessione critica sulle infamanti campagne di stampa che furono condotte all’epoca dall’ANPI contro le figure degli scomparsi. Hanno invece preferito ripetere la tesi insostenibile delle “schegge impazzite”. E’ davvero il caso di dire che sarebbe stato allora preferibile mantenere sull’argomento un religioso silenzio.
Giovanni Fantozzi - storico



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