Il caso El Koudri che ha portato Modena ad essere anche la prima città italiana teatro del primo attentato in Italia che riporta come dinamica e modalità a quelli tedeschi, più o meno recenti, con protagonisti giovani islamici sulla via della radicalizzazione, fa paura alle istituzioni, alla politica, proprio per questo.
Un caso troppo grande e con troppi significativi risvolti politici e di governo per essere affrontato con responsabilità e profondità dopo il cordoglio, dopo i funerali, a mente fredda.
La politica di oggi, a tutti i suoi livelli riflessi anche in ambito istituzionale, sta dimostrando di non avere né la volontà e forse nemmeno la capacità di affrontare ciò che questo attentato ha significato. E i segnali che possa farlo non ci sono. Non ‘è stata nemmeno una intenzione annunciata quella di aprire un dibattito di merito su cosa non ha funzionato, in un modello che in nome dell’integrazione e dell’inclusione, ha portato e sta portando a ghettizzazione sociale e culturale, esclusione ed emarginazione, mancanza di opportunità e di valori condivisi.
Elementi e condizioni che se da un lato hanno creato una bomba sociale pronta ad esplodere con un numero sempre più grande di schegge impazzite che già ogni giorno si esprime nella devianza endemica dei
Un tema, questo, davvero troppo grande e di livello alto per la politica di oggi. Meglio parlare e accusare di razzismo e islamofobia, meglio utilizzare il pretesto di una piazza Grande di due sere fa che pur nelle sue contraddizioni e nei suoi toni esprimeva comunque un disagio e un timore, che confermare che un problema c’è e va affrontato.
In questi mesi, anziché ad assistere ad una riflessione vera sui problemi, sul significato di un attentato così grande, abbiamo assistito ad un copione chiaro soprattutto nei fatti, o meglio, nei non fatti della politica, oltre alle parole. Un copione fatto di rassicurazioni, infarito di slogan di una Modena comunque sicura e sotto controllo. Un copione scritto e recitato per evitare discussioni strutturali e di sistema, per proteggere il modello (con tutti i sui aspetti positivi e negativi), e lo status quo vacillante, anziché la comunità.
L’unico stimolo ad aprire una discussione è stato offerto dal confronto sull’attentato del 16 maggio, tra uno psichiatra esperto di immigrazione e un esperto di terrorismo organizzato dal consigliere del monogruppo consiliare Andrea Mazzi. Con tutto il rispetto per l’iniziativa, una città come Modena non si può fermare a questo. Eppure è così. Modena, nel 2026 città internazionale non certo per Jazz Open ma per l’attentato del 16 maggio, al di là delle apparenze, degli slogan di una piazza unita, di un cordoglio iniziale, ha preferito scegliere la via politicamente più comoda, parlando di “caso isolato”, di “devianza individuale”, di “problema psichiatrico”, come se tutto questo bastasse a chiudere la questione. Il prima e il dopo scansionato dall’attentato e sottolineato dal sindaco è palesemente già lettera morta. Messa nel cassetto da un governo regionale talmente lontano dalla questione da mandare le condoglianze alle persona sbagliata, scambiando Monica Esposito con la turista tedesca ancora in vita, alla cui famiglia è giunto erroneamente il cordoglio del presidente De Pascale, ma anche da parte del governo nazionale che dopo la visita del Presidente del Consiglio ai feriti nelle ore dopo l'attentato non si è presentato, con nessun esponente, al funerale, di fianco ad una famiglia distrutta e ad una comunità segnata. Il rischio che la Piazza Grande e il funerale di Monica Esposito siano anche l’occasione per la politica locale e nazionale non per aprire un dopo ma per mettere pietra tombale sulla questione, è concreto e fattuale.
La dignità della famiglia Esposito l’altra sera per la prima volta sotto il Municipio di Modena dovrebbero essere il punto di svolta, il momento in cui la politica decide di guardare ciò che non funziona: la disintegrazione culturale e sociale di una parte delle seconde generazioni, la fragilità dei servizi, la distanza tra istituzioni e la realtà quotidiana, la mancanza di un patto educativo e comunitario, le enormi crepe di un modello di integrazione e di inclusione che si sta implodendo sotto il suo stesso immobile peso.
Quei ragazzi, marocchino e italiano, nati entrambi a Modena, che l’altra sera, hanno parlato spontaneamente in piazza Grande raccontando una città che non riconoscono più, passata dall’essere sogno all’essere incubo, da fonte di opportunità a fonte di rischio e di ostacolo alla propria crescita dovrebbero essere elemento di stimolo e non zittiti dal rumore della strumentale critica politica sulla piazza.
Oggi il rischio che la domanda ‘Quanti El Koudri ci sono in giro?’ e cosa fare per leggere e prevenire le condizioni sociali e l’humus culturale che lo hanno portato a quel gesto, rimanga senza risposta è reale. Ma ciò che più è grave è che tale risposta, osservando quanto sta succedendo sul fronte politico e istituzionale, non venga nemmeno cercata
Gi.Ga.

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