Non serve scomodare le tesi cattoliche sulla sacralità della Vita e neppure l'idea di un Aldilà di pace e giustizia in grado di compensare sofferenze e calvari terreni. Non serve scomodare un Dio che - nel migliore dei casi - gioca a nascondino con l'uomo e - nel peggiore - è invenzione dell'uomo stesso. La soddisfazione quasi euforica con la quale gli esponenti delle forze politiche che governano la Regione Emilia Romagna hanno salutato l'approvazione della legge sul sucidio assistito, sono fotografia di una decadenza tutta umana del patto sociale che unisce le persone.
In nome di una presunta dignità dell'individuo, della libertà di autodeterminazione, in nome della difesa della 'vera vita' (per citare Giancarlo Muzzarelli), si apre la porta non tanto all'idea che sia diritto dell'uomo porre fine alla sua esistenza (diritto contronatura che però a nessuno è negato), ma all'idea che la società, i medici, possano aiutare un paziente a darsi la morte.
Sia chiaro, nella pratica oggi il nuovo quadro normativo approvato in Regione non cambia la sostanza delle cose, ma il segnale che si offre agli uomini e alle donne che vivono in Emilia Romagna è dirompente.
Formalmente con questa legge l'Emilia-Romagna non interviene per modificare le condizioni di accesso definite dalla Corte costituzionale (e come potrebbe?) ma nei fatti la nuova 'Commissione di valutazione multidisciplinare' potrà dare il proprio ok al sucidio medicalmente assistito.
Oggi, ovviamente, il percorso definito dalla legge appare rigido e asettico, riguarda le persone affette da patologie irreversibili e 'pienamente capaci di assumere decisioni libere e consapevoli'. Prima di ogni valutazione, il paziente deve essere informato sulle possibilità terapeutiche disponibili, comprese le cure palliative, il suicidio assistito viene svolto esclusivamente da personale volontario e il paziente può revocare in qualsiasi momento la propria richiesta.Bene, ma il messaggio di fondo resta e spalanca abissi che ad altre latitudini si sono già materializzati. Stante che già oggi tutti i medici mettono in guardia pazienti e famiglie dall'accanimento terapeutico, una legge che aiuta l'uomo e la donna a suicidarsi cosa aggiunge?
Chi, domani, garantirà le tutele verso le persone vulnerabili (anziani, disabili, persone depresse), chi garantirà dal rischio di una progressiva estensione dei casi ammessi, chi scongiurerà la pressione sociale o economica sui malati a sentirsi 'di peso', la trasformazione del ruolo del medico da curante a soggetto che provoca intenzionalmente la morte, come cambierà l'idea stessa della professione medica? Chi domani deciderà cosa è 'vera vita' e cosa non lo è?
Eppure, in un delirio euforico, si festeggia l'approvazione della legge, ci si inchina davanti agli applausi, si imbastisce il racconto di una norma di civiltà, ci si autocomplimenta di essersi fatti carico di legiferare su un tema che tocca l'Io di ognuno.
Senza essere sfiorati da dubbi, senza riflettere con severità sulla delicatezza di ciò che si va a normare, ma mostrando granitiche e fastidiose certezze, spacciando ciò che vi è di più anti-umano come un dono di libertà per tutti.
Invece di sostenere economicamente e con la presenza di medici, psicologi e infermieri le famiglie che supportano un malato terminale, invece di potenziare la possibilità di vivere senza sofferenza le ultime fasi della vita (cosa che oggi è fortunamente possibile), ci si lascia in una imbarazzante distinzione tra 'vera vita' e 'vita di scarto', con l'ipocrisia che non è la società a decidere chi è scarto o meno, ma si lascia al singolo - nel suo momento di massima fragilità - la possibilità di definirsi tale. 'Ti lascio scegliere', come se davvero l'uomo potesse scegliere in piena coscienza rispetto all'immensità misteriosa della vita.
Giuseppe Leonelli

(1).jpg)

