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Caso Roggero: la complessità ridotta a slogan, la democrazia declassata a fastidioso esercizio medievale

Caso Roggero: la complessità ridotta a slogan, la democrazia declassata a fastidioso esercizio medievale

Il rispetto della magistratura è pilastro della democrazia, nella consapevolezza che la giustizia umana sbaglia ed è imperfetta ma la sua assenza è ben peggiore


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Il caso Roggero è diventato l'ennesima dimostrazione di come il dibattito pubblico in Italia finisca per essere risucchiato dalla logica dei social: semplificazioni, tifoserie, influencer con sguardi di ghiaccio improvvisati a giuristi, petizioni, appelli, candidature sui social e una politica che rincorre il consenso invece di governare la complessità.
Provare ad analizzare ciò che è accaduto sembra quasi un esercizio medievale, fuori dal tempo delle sentenze pronunciate in tempo reale da hashtag e video virali. Eppure, pur sapendo che ogni ragionamento più lungo di cinque parole si traduce in sconfitta, resta l'illusione che il principio possa valere la fatica.

 

La prima domanda è finanche banale: tra il diritto alla legittima difesa e l'esecuzione di una persona in fuga esiste una differenza? La risposta, almeno in uno Stato di diritto, non può che essere affermativa. La legittima difesa è un istituto giuridico preciso, costruito attorno ai principi di necessità e proporzionalità. Non coincide con il diritto di punire, né con quello di inseguire e colpire chi non rappresenta più un pericolo attuale. È proprio questa distinzione che rischia di essere cancellata da una narrazione emotiva, nella quale chiunque inviti alla prudenza viene dipinto come nemico delle vittime, mentre chi invoca l'assoluzione a prescindere viene celebrato come difensore del 'buonsenso'.
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Ma il diritto non funziona così. E soprattutto non dovrebbe funzionare così la politica.

 

Colpisce, in questo senso, la richiesta di grazia avanzata ancor prima che il dibattito giuridico si sedimentasse. Tirare per la giacca il Presidente della Repubblica, come ha fatto lo stesso Roggero prima di entrare in carcere, evocando casi completamente diversi – da Alessandra Minetti agli scafisti – significa trasformare uno strumento costituzionale eccezionale in un argomento da propaganda. Ogni vicenda ha presupposti propri; accostarle solo per suscitare indignazione o consenso rischia di svuotare di significato sia la grazia sia il ruolo di garanzia del Capo dello Stato.

 

D'altra parte la sensazione è che il Governo, invece di difendere l'equilibrio tra sicurezza e legalità, finisca spesso per inseguire il consenso immediato dei social network. Ma governare significa anche spiegare che la giustizia non può essere amministrata con l'accetta e che il diritto penale non può diventare il terreno delle campagne elettorali permanenti.
Si può comprendere la paura di chi subisce una rapina, l'angoscia di chi vede minacciata la propria vita o il proprio lavoro. Ma comprendere non significa rinunciare alle regole. Uno Stato democratico si distingue proprio perché non sostituisce la legge con la vendetta, nemmeno quando quest'ultima raccoglie migliaia di 'like'.
La differenza tra giustizia e giustizialismo passa proprio da lì: dalla capacità di riconoscere che la complessità non è un difetto della democrazia, bensì la sua più importante garanzia.
Così come è garanzia di democrazia il rispetto della magistratura e delle sentenze, nella consapevolezza che la giustizia umana sbaglia ed è imperfetta, ma la sua assenza è ben peggiore.
Il grido delle piazze, sempre ammaestrabili a difendere il Barabba di turno, è ben più pericoloso di un'aula di tribunale, la candida veste talare che indica in ipocrita preghiera la divinità di turno capace di dividere in modo assoluto il Bene e il Male è di gran lunga più demoniaca di una toga. Non certo per la gioiosa fede in uno stucchevole ottimismo progressista, ma per la arrendevole consapevolezza che le verità assolute sono più false dei logoranti dubbi.
Perchè - anche in questo caso - la semplificazione, il pensare ad esempio che il referendum avrebbe portato una diversa sentenza nel caso Roggero è uno schiaffo alla verità.
O almeno alla strada contorta e contraddittoria che ad essa conduce.

 

Ma forse davvero, nel tempo in cui viene applaudito un ministro dell'Interno che candida chiunque gli dia qualche punto percentuale in più per sopravvivere un altro giorno, un premier che prende posizione su Facebook con banalità degne da bar sport, un ministro della Giustizia che scavalca il Capo dello Stato, la distinzione tra giustizia e giustizialismo è davvero medievale. Un inutile e fastidioso esercizio, superato dalla velocità del nulla, con buona pace di Tommaso d'Aquino.
Giuseppe Leonelli
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Direttore responsabile della Pressa.it.
Nato a Pavullo nel 1980, ha collaborato alla Gazzetta di Modena e lavorato al Resto del Carlino nelle redazioni di Modena e Rimini. E' stato vicedirettore...   

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